Archivio giuridico - Sentenze - Il portale dell'immigrazione e degli immigrati in Italia - Stranieri in Italia

Nel calcolo dei cinque anni va inserito anche il soggiorno regolare precedente all'ingresso del proprio Paese d'origine nell'Ue. Importante sentenza della Corte di Giustizia Europea, il principio vale anche per chi è in Italia

TAR Lombardia Sentenza del 5 maggio 2009 - cittadinanza italiana in 730 giorni
TAR Lombardia Sentenza n. 913 del 5 maggio 2009 - cittadinanza italiana in 730 giorni
Nel caso di specie un cittadino albanese ha presentato ricorso contro il silenzio serbato dal Ministero dell’Interno sulla domanda di concessione della cittadinanza italiana presentata ai sensi dell’art. 9 comma 1 lett. f) della legge 5/2/1992 n. 21.L’istanza relativa è stata presentata dal ricorrente il 5.2.2007 ed è inutilmente decorso il termine di 730 giorni previsto dall’art. 3 del D.P.R. 362/94.
Ebbene, il termine di cui all’art. 3 del D.P.R. 362/1994 è ordinatorio nel senso che l’amministrazione conserva il potere di decidere anche dopo la scadenza – in quanto il silenzio non ha un valore legale tipico – ma la circostanza che il provvedimento tardivo sia legittimo non elide l’illegittimità del ritardo stesso e la conseguente possibilità per l’interessato di richiedere, fin tanto che il silenzio permane, la tutela di cui all’art. 21-bis della legge 1034/1971.
Per tutto ciò il ricorso è fondato e va accolto, e va quindi dichiarato l’obbligo del Ministero dell’Interno intimato di pronunciarsi con un provvedimento espresso in ordine alla richiesta di cittadinanza italiana presentata dall’odierno ricorrente, entro il termine di 60 giorni dalla comunicazione in via amministrativa della presente sentenza, ovvero dalla sua notificazione se anteriore.

TAR Veneto, Sezione III, Sentenza n. 980 del 30 marzo 2009 Permesso motivi giustizia non rinnovabile se vengono meno le condizioni di rilascio (procedimento penale concluso)
Nel caso di specie il ricorrente lamenta l’illegittimità del decreto impugnato per violazione dell’art. 18, comma 4, del D.Lgs. n. 286/1998.
Il Collegio ritiene che il permesso di soggiorno rilasciato al cittadino marocchino sia un permesso di soggiorno per motivi di giustizia, disciplinato dagli artt. 5, comma 2, del D.Lgs. n. 286/1998 e successive modifiche e 11 del D.P.R. n. 394/1999 rilasciato al ricorrente in quanto persona offesa nel procedimento penale e non un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale disciplinato dall’art. 18 del T.U. Immigrazione.
Il permesso di soggiorno per motivi di giustizia, infatti, è strettamente connesso al diritto di difesa e rappresenta un rafforzamento delle garanzie connesse all'esercizio di tale diritto da parte dello straniero, come è dimostrato anche dal fatto che il rilascio di tale titolo di soggiorno non è una conseguenza automatica della pendenza di un procedimento penale neanche per l’imputato – e quindi a maggior ragione per la parte offesa o per il testimone -, ma solo una possibilità eventuale accordata quando la presenza dello straniero debba ritenersi necessaria per l'esercizio del diritto di difesa ovvero per le finalità processuali, in base alle discrezionali valutazioni dell'Autorità di Polizia, da adottarsi, ove del caso, di concerto con l'Autorità Giudiziaria.
Tale permesso viene, dunque, a connotarsi come un provvedimento di natura eccezionale, emanabile solo in presenza di documentate esigenze che rendano necessaria, a fini di giustizia, la permanenza dello straniero in Italia. Conseguenza logica della natura eccezionale di tale tipologia di permesso di soggiorno per la tipicità del fine perseguito è proprio la rinnovabilità dello stesso per un periodo di tre mesi (inferiore al termine previsto per gli altri permessi di soggiorno) e la sua non convertibilità ad altro titolo. Pertanto la ragione posta a fondamento del diniego di rinnovo del permesso di soggiorno di cui era titolare il ricorrente non è una valutazione di pericolosità sociale dello stesso, ma la conclusione del procedimento penale alla pendenza del quale il detto titolo era connesso e la non convertibilità di tale tipologia di titolo legittimante la presenza dello straniero in Italia.
Alla luce delle suesposte considerazioni il ricorso è infondato.

Consiglio di Stato 7 gennaio 2008, annullamento sentenza Tar Emilia Romagna  in materia di diniego del rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di giustizia.

Il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di giustizia è legato non solo all'esigenza di "regolarizzare" la presenza nel territorio italiano dell'imputato di un procedimento penale soggetto a misure cautelari (nel caso sia sprovvisto di un permesso di soggiorno rilasciato ad altro titolo ovvero di un permesso di soggiorno scaduto), bensì al riconoscimento dell'esercizio del diritto di difesa nel procedimento stesso.

Fin quando non interviene una sentenza di condanna, il venire meno dell'applicazione delle misure cautelari restrittive della libertà personale, non legittima la revoca o il diniego di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di giustizia. 

TAR Veneto Sentenza n.05 del 2 gennaio 2009 Revoca carta soggiorno in presenza condanna per reati ostativi alla permanenza in Italia
E’ legittimo il provvedimento di revoca della carta di soggiorno in presenza di condanne ostative alla permanenza dello straniero nel territorio nazionale ex art. 4, comma 3, del D. Lgs. n. 286 del 1998 (nel caso di specie condanna per furto aggravato) Nelle censure svolte il ricorrente ha lamentato l’illegittimità del provvedimento impugnato per violazione e falsa applicazione degli artt. 4, comma 3, e 5, comma 5, 9 e 28 del D.Lgs. n. 286/1998 e 6, 9, 12 e 16 del D.P.R. n. 394/1999, in quanto la Questura di Vicenza ha del tutto omesso di considerare che il giudice, all’esito dell’attività processuale, ha qualificato il fatto reato ascritto al ricorrente come furto semplice, avendo ritenuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate,  con conseguente esclusione dello stesso dal novero di quelli previsti dagli artt. 380 e 381 c.p.p. L’amministrazione, in realtà, ha applicato l’art. 9, comma 3, del D. Lgs. n. 286/1998 il quale, nel testo vigente al tempo dell’emanazione del provvedimento, prevedeva che “La carta di soggiorno è rilasciata sempre che nei confronti dello straniero non sia stato disposto il giudizio per taluno dei delitti di cui all'art. 380  nonché, limitatamente ai delitti non colposi, all'art. 381 del codice di procedura penale, o pronunciata sentenza di condanna, anche non definitiva, salvo che abbia ottenuto la riabilitazione. Successivamente al rilascio della carta di soggiorno il questore dispone la revoca, se è stata emessa sentenza di condanna, anche non definitiva, per reati di cui al presente comma”. Tale disposizione configura un potere del tutto vincolato dell’amministrazione che, in presenza di una sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’art. 380 c.p.p., è tenuta a revocare la carta di soggiorno già rilasciata. Né d’altro canto risulta condivisibile la tesi del ricorrente secondo la quale avendo il giudice penale ritenuto in sentenza le circostanze attenuanti equivalenti alla circostanza aggravante contestata, il reato sarebbe stato derubricato a furto semplice e, quindi, non si verterebbe più in una fattispecie di reato ricompresa tra quelle di cui all’art. 380 c.p.p.. In realtà il bilanciamento tra le circostanze aggravanti e le circostanze attenuanti, operato dal giudice penale quoad poenam, non incide sulla fattispecie di reato contestata al ricorrente, né il giudice penale ha riqualificato il fatto reato ascritto a quest’ultimo. Alla luce di ciò il ricorso è infondato.

Corte di Cassazione  - Ordinanza n. 6315 del 20 aprile 2012

Cittadino extracomunitario coniuge di cittadino italiano - status giuridico prima del rilascio della carta di soggiorno ex art. 10 d.lgs. 30 del 2007 - convivenza necessaria -

08 gennaio 2014 – Con la sentenza n. 201301848, il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia ha dato ragione allo straniero, accogliendo il ricorso che aveva presentato per impugnare l’archiviazione della pratica di regolarizzazione, presentata ai sensi del D.Lgs. 109/2012.

altCon la sentenza n. 201308154, il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha accolto il ricorso in “class action”, presentata da alcuni cittadini stranieri congiuntamente alla CGIL, l'INCA e la Federconsumatori, che chiedeva di condannare la generalizzata violazione del termine per il rilascio del permesso di soggiorno CE da parte delle Questure.

TAR Marche, Ancona, Sezione I, Sentenza n. 1550 del 10 settembre 2008

Accolto il ricorso della cittadina equadoregna per l'ottenimento della cittadiananza italiana e annessa condanna per il Ministero dell’Interno al pagamento, in favore della ricorrente, della somma di Euro 1.500,00 a titolo di rimborso spese.

Al di fuori dei casi in cui la cittadinanza italiana si acquista per legge (figlio di padre e madre cittadini e chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi), il Legislatore italiano ha riconosciuto la possibilità di concedere con atto amministrativo la cittadinanza anche agli stranieri, allorquando si verificano le condizioni previste dall’art 9 della citata legge n. 91 del 1992.

Per quanto riguarda in particolare la posizione dello straniero coniugato con un cittadini italiano, l’art 5 della legge citata ha previsto la possibilità per il medesimo di acquistare la cittadinanza italiana, quando risiede legalmente da almeno sei mesi nel territorio della Repubblica, ovvero dopo tre anni dalla data del matrimonio, se non vi è stato scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili e se non sussiste separazione legale.

L’art 6 della stessa legge esclude inoltre, tale possibilità in caso di condanne penali per determinati delitti o nell’ipotesi della sussistenza, nel caso specifico, di comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica.

Ciò premesso, va nel contempo evidenziato che, nel caso di acquisto della cittadinanza per matrimonio con un cittadino italiano, l’art 8, comma 2 della citata legge n. 91 del 1992, assegna alla competente Autorità amministrativa un termine perentorio di due anni per pronunciarsi sulla relativa istanza, con la precisazione che, una volta decorso tale termine, resta preclusa all’Amministrazione l’emanazione del decreto di rigetto della domanda di cittadinanza, venendo ad operare nel caso di specie una sorta di silenzio assenso sulla relativa istanza dello straniero coniugato con un cittadino italiano, dal momento che, secondo quanto chiarito dalla giurisprudenza, per effetto dell’inutile decorso del termine suddetto assegnato per la conclusione del relativo procedimento, l’Amministrazione perde il potere di negare la cittadinanza.

Per cui, una volta precluso l’esercizio di tale potere per mancato rispetto del termine per la conclusione del procedimento fissato dalla legge (due anni dalla data di presentazione della relativa istanza), sussiste il diritto soggettivo all’emanazione dell’atto di concessione della cittadinanza che il soggetto interessato può far valere davanti al giudice ordinario per richiedere, previa verifica dei requisiti di legge, che egli è cittadino italiano.