Attualità - Il portale dell'immigrazione e degli immigrati in Italia - Stranieri in Italia

Roma, 16 giugno 2017 - “I parlamentari del Partito Democratico vivono smart. Centocinquantamila italiani scappano all’estero perché cercano lavoro, le culle non sono mai state così vuote. Ogni giorno chiudono cento aziende in Italia e sbarcano mille immigrati. Di cosa si occupa il Pd? Di ridurre le tasse, di aiutare i pensionati? No, di regalare cittadinanza e magari domani anche il diritto di voto agli immigrati. E’ una follia, e per fermarla le proveremo tutte: non ultima un referendum, coinvolgendo 60 milioni di italiani chiedendogli se vogliono continuare a vivere in Italia o se pensano di essere stranieri in casa loro”.

Così Matteo Salvini, in diretta a Tgcom24, commentando la bagarre scoppiata ieri in Senato durante la discussione per l’approvazione della legge sullo “Ius Soli”. “Non si capisce l’urgenza di questa legge se non per cercare di recuperare qualche voto o qualche iscritto ai sindacati, altrimenti un Parlamento serio si occuperebbe di altro. Gli unici razzisti in Italia sono quelli del Pd che sono razzisti nei confronti degli italiani”, ha continuato Salvini. “La gente è esasperata, bisogna bloccare l’invasione clandestina in corso, non regalare altri pseudo-diritti. Possiamo avere urlato troppo in Aula, ma io inviterei i ministri del Pd a un confronto al mercato, con i poliziotti, con i commercianti e i pensionati”.

Milano, 16 giugno 2017 - La legge sullo Ius soli “è la direzione giusta. Non mi sfugge che si tratta di una decisione che in Europa si segnala come coraggiosa, ma è un modo per dare a bambini e ragazzi che sono già italiani la piena cittadinanza: devono avere gli stessi diritti e doveri dei miei figli”.

In un'intervista su Repubblica, il vicesegretario del Partito democratico, Maurizio Martina, tranquillizza: “Il Pd non arretra”. E sulla possibilità di porre la fiducia dichiara: “Penso che non dobbiamo escludere nulla”. Lo scontro di ieri in Senato è stato “un’indegna, inaccettabile bagarre. È intollerabile che la Lega cerchi di ostacolare una discussione in Aula, la democrazia vive del confronto e di regole”, dichiara Martina. “Queste provocazioni sono andate oltre la soglia di guardia. E quanto accaduto a Valeria Fedeli è il frutto di atteggiamenti radicali e intolleranti, da condannare. Non ci fermeranno, comunque”.

Roma, 15 giugno 2017 – "Il tema dell’immigrazione è reale ma è meglio avere al ministero dell’Interno Marco Minniti che non Luigi Di Maio". Sono le parole di Matteo Renzi durante la trasmissione ‘Otto e mezzo’.

Renzi ha poi aggiunto, commentando così le parole dell’esponente M5s: “Il tema migranti esiste, nessuno lo nega. Ma vi sentite più tranquilli ad avere al Viminale uno che si chiama Marco Minniti o uno che si chiama Di Maio, che confonde il Cile con il Venezuela, o Toffalo, il responsabile sicurezza 5 stelle che è andato in Libia e non si è accorto che parlava con la parte sbagliata?”.

Bruxelles, 14 giugno 2017 – La Commissione europea aprirà tre procedure d’infrazione contro la Repubblica ceca, l’Ungheria e la Polonia, per non aver applicato finora le decisioni – prese a maggioranza qualificata dal Consiglio Ue – relative al “ricollocamento”(“relocation”), ovvero la redistribuzione obbligatoria negli altri Stati membri di 160.000 richiedenti asilo giunti in Italia e Grecia tra settembre 2015 e lo stesso mese del 2017.

La decisione, presa ieri pomeriggio dal collegio dei commissari Ue riuniti a Strasburgo, a margine della sessione plenaria del Parlamento europeo, è stata comunicata con una nota della Commissione e spiegata durante una conferenza stampa, sempre a Strasburgo. I tre paesi nel mirino di Bruxelles non hanno fatto nulla da oltre un anno per adempiere ai propri obblighi (né offerto ricollocamenti, né accettato alcun rifugiato), mentre un quarto Stato membro, l’Austria, che finora non ha ricollocato nessun richiedente asilo sul proprio territorio, ha cambiato posizione recentemente, impegnandosi a prendere 50 rifugiati dall’Italia.

“Non possiamo lasciare e non lasceremo da soli gli Stati membri alle frontiere esterne dell’Unione: tutti i richiedenti asilo che si qualificano” per i ricollocamenti, “un numero molto più basso di 160.000 persone, dovranno essere ricollocati nei prossimi mesi. E’ un obiettivo che possiamo conseguire se tutti gli Stati membri si assumono la loro giusta parte dell’onere”, ha spiegato il commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos durante la conferenza stampa.  Il ritmo delle “relocation”, riferisce la Commissione europea nella sua nota, “è aumentato significativamente nel 2017, con almeno 10.300 persone ricollocate da gennaio, un incremento di cinque volte rispetto allo stesso periodo del 2016”. Secondo l’Esecutivo comunitario, “la maggior parte degli Stati membri hanno così dimostrato che il sistema dei ricollocamenti funziona se c’è la volontà politica”. “Voglio elogiare e ringraziare – ha detto in proposito Avramopoulos – quegli Stati membri che hanno continuato senza sosta a fare degli sforzi” per ricollocare i richiedenti asilo, ciò che ha portato a “quasi 2.500 trasferimenti a maggio, con 20.000 persone chiaramente bisognose di protezione che sono state ricollocate in totale”. Negli ultimi mesi, la Commissione aveva ripetutamente fatto appello agli Stati membri che non hanno ancora né offerto né accettato di ricollocare neanche una persona affinché adempissero a questo loro obbligo.

“Purtroppo, nonostante questi appelli, la Repubblica ceca, l’Ungheria e la Polonia, in violazione dei propri obblighi giuridici derivanti dalla decisione del Consiglio Ue, e dei propri impegni nei riguardi della Grecia, dell’Italia e di altri Stati membri, non hanno ancora intrapreso le azioni necessarie”, ha lamentato Avramopoulos durante la conferenza stampa. Per questo, come aveva preannunciato che avrebbe se la situazione non fosse cambiata, “la Commissione ha deciso di lanciare delle procedure d’infrazione contro questi tre Stati membri. Dobbiamo essere giusti – ha osservato il commissario – verso quei paesi che rispettano i loro obblighi. E sinceramente io spero che gli Stati membri inadempienti possano ancora riconsiderare le loro posizioni e contribuire in modo equo” allo sforzo comune. “Il tempo è scaduto”, dopo che “nell’ultimo anno abbiamo esaurito tutte le possibili alternative” alla procedure d’infrazione, ha aggiunto Avramopoulos, ricordando che la decisione del Consiglio Ue sui ricollocamenti “è stata presa collettivamente ed è giuridicamente vincolante”, e che “questi tre paesi non hanno fatto nulla per più di un anno”.

In particolare, ha riferito il commissario, “l’Ungheria non ha mai trasmesso un’offerta né ricollocato nessuno; la Polonia ha presentato un’offerta nel dicembre 2015 ma poi non ha accettato nessun ricollocamento e non ha più fatto altre offerte; e la Repubblica ceca non ha più presentato offerte dal maggio 2015 e non ha ricollocato nessuno dall’agosto 2016”. Il meccanismo delle “relocation” prevede che gli Stati membri presentino offerte per nuovi ricollocamenti almeno una volta ogni tre mesi, ha ricordato Avramopoulos, che poi ha salutato il fatto che gli altri due paesi finora inadempienti, Austria e Slovacchia, “hanno recentemente presentato delle offerte”. L’avvio delle procedure d’infrazione “non è una punizione, ma un avvertimento: è il momento di agire”, ha precisato il commissario. E ha aggiunto: “Speriamo che il tempo che resta (prima che la procedura si concluda, ndr) porti questi tre paesi a riconsiderare le loro posizioni… C’è ancora tempo perché non solo la ragione, ma anche lo spirito europeo possa prevalere”. Rispondendo infine a una domanda sui ricorsi contro le “relocation” inoltrati alla Corte europea di Giustizia da Ungheria e Slovacchia, con l’appoggio della Polonia, Avramopoulos ha poi sottolineato che queste azioni legali, “a meno che non lo decida la stessa Corte di Giustizia non hanno effetto sospensivo” sull’attuazione della decisione del Consiglio Ue, che è “vincolante per tutti gli Stati membri”, e si è detto “fiducioso” che i giudici comunitari daranno ragione alla Commissione e confermeranno le sue posizioni. “Ciò che facciamo è politicamente e giuridicamente corretto”, ha concluso.

Roma, 16 giugno 2017 - L'Aula di palazzo Madama incardina il disegno di legge sullo ius soli mentre fuori impazza la protesta di Casa Pound e dentro i parlamentari della Lega si avventano sui banchi del governo lanciando insulti al presidente Grasso.

Una seduta di fuoco che finisce con dei contusi: la ministra della Scuola Valeria Fedeli viene portata in infermeria, mentre il capogruppo del Carroccio, Gianmarco Centinaio, conclude la "resistenza da Fort Alamo" con dita steccate e mano gonfia. 

La strategia di Lega e M5S contro il ddl che riconosce la cittadinanza anche allo straniero che nasce in Italia era già pronta da mercoledì. I 5 Stelle avevano chiesto e ottenuto in Conferenza dei capigruppo che, subito dopo la fiducia sulla manovra e prima che si cominciasse l'esame sullo ius soli, l'Assemblea si pronunciasse sul parere riguardante i presupposti di costituzionalità del decreto vaccini: "escamotage" che avrebbe consentito di far mancare il numero legale sullo ius soli con conseguente slittamento del suo esame. Sul parere di costituzionalità infatti "si sarebbe potuto parlare a lungo". Grasso aveva accolto la richiesta perché obbligato dal Regolamento (art.78 comma 3) e così è toccato alla presidente del Misto Loredana De Petris (SI) sparigliare le carte e chiedere l'inversione dell'ordine del giorno per parlare prima di ius soli e poi di vaccini. Richiesta condivisa dal capogruppo Pd Luigi Zanda e poi votata.

E' a questo punto che nell'emiciclo scoppia l'inferno. La Lega, guidata da Roberto Calderoli, alza il livello dello scontro per costringere Grasso a sospendere la seduta. Raffaele Volpi rivolge un plateale "Vaffa..." al presidente del Senato che prima lo espelle irato, ma, poi, con abile mossa tattica e creando "il primo precedente nella storia repubblicana" gli revoca nel giro di pochi minuti l'espulsione per evitare lo stop dei lavori. Il Regolamento prevede infatti che sia nel caso in cui l'espulso resti in Aula (Volpi rimane "coperto" dai colleghi), sia nel caso in cui questo venga trascinato fuori, la seduta si sospenda. Così a Grasso non resta che far buon viso a cattivo gioco e deferire disciplinarmente Volpi senza cacciarlo. La decisione innervosisce Calderoli che paragona Grasso "all'arbitro Moreno". "Quando i giocatori si arrivano a nascondere l'arbitro deve comportarsi come può" è la risposta.

Ma i leghisti non si fermano e corrono verso i banchi del governo con cartelli con la scritta "No Ius soli", "Stop all'invasione". Centinaio si abbarbica accanto alla Fedeli mentre 7 commessi cercano di farlo alzare. "Ho fatto una resistenza da Fort Alamo" commenterà poi. "Ma sul ddl non molliamo". Del resto i ballottaggi sono alle porte "e ognuno fa la sua partita". Il voto sul ddl infatti slitta a dopo le urne. Magari con la fiducia come chiedono i dem Luigi Zanda e Matteo Orfini.

Roma, 15 giugno 2017  - La sindaca di Roma Virginia Raggi è tornata a parlare dell’accoglienza ai migranti: "Roma fa la sua parte e continuerà a farla come anche tutte le altre città grandi e piccole. L’accoglienza dei più fragili è prima di tutto un dovere morale che deve tuttavia essere attuato con regole precise e in maniera controllata per evitare sacche di illegalità e fenomeni opachi come quelli visti in passato proprio qui a Roma. Solo in questo modo sarà possibile tutelare seriamente chi ne ha diritto senza creare scontri sociali", ha concluso.

Roma, 14 giugno 2017 - “Sottoscrivo in pieno la lettera di Virginia Raggi al Prefetto di Roma in cui chiede una moratoria sui nuovi arrivi di migranti nella Capitale. Non è possibile continuare a costruire centri di accoglienza nelle nostre città per far fare affari alle solite poche cooperative che fanno business sull’immigrazione”.

Lo ha scritto il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, esponente di punta del Movimento 5 stelle, sulla sua pagina Facebook. “Ormai – ha sottolineato – il Paese è una pentola a pressione. Non possiamo pensare di affrontare questo fenomeno nei nostri confini. O l’Europa si sveglia e comincia a redistribuire per quote in altri Paesi tutte queste persone o qui salta il coperchio”.

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