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Sab, Gennaio

Roma, 10 dicembre 2018 - Ogni anno in Italia oltre 3 miliardi di euro non entrano nelle casse dello Stato come conseguenza del lavoro domestico in nero ma non solo. E’ quanto emerge dal rapporto “Lavoro Domestico irregolare: quanto ci perde lo Stato” presentato da Assindatcolf, associazione nazionale dei datori di lavoro domestico, nel corso di un convegno che si è svolto alla Camera dei Deputati, Palazzo Theodoli Bianchelli.

Secondo i dati forniti da Assindatcolf, in Italia 6 domestici su 10 lavorano nelle case degli italiani senza regolare contratto di assunzione. Un piccolo ‘esercito’ di 1,2 milioni di lavoratoricompletamente in nero, senza diritti ma anche senza doveri, in grado di generare un considerevole ‘buco’ nelle casse dello Stato: 600 milioni di euro per reddito da lavoro non dichiarato (Irpef) e 1,8 miliardi di contributi previdenziali non versati (Inps). Ma se ai lavoratori irregolari si aggiungono anche i ‘furbetti’ regolarmente assunti che però non presentano la dichiarazione dei redditi o coloro che dichiarano meno ore di quelle che realmente lavorano, ecco che si arriva a definire un mancato gettito nello casse dello Stato pari a 3,1 miliardi di euro l’anno.

Quanto alla dimensione economica del settore: Assindatcolf ha calcolato in 19,1 miliardi il giro di affari annuo generato dal lavoro domestico (l’1,25% del Pil), di cui 10,3 miliardi derivanti da lavoro irregolare e 8,8 miliardi di euro da lavoro in chiaro.

“Numeri importanti – dichiara Renzo Gardella, presidente Assindatcolf – ma che fino ad oggi non sono stati sufficientemente tenuti in considerazione da chi ha responsabilità di governo. Invertire la rotta diventa oggi fondamentale: sia per aiutare le famiglie che, indubbiamente, evadono per necessità ma anche per mettere a sistema un settore che, in una società che tende sempre più all’invecchiamento e non incentiva alla natalità, può rappresentare un vero e proprio motore sociale ed economico”.

“Una possibile soluzione – conclude Gardella – potrebbe essere quella di rendere il lavoro regolare meno costoso di quello in nero, come avverrebbe se si potesse interamente dedurre il costo del lavoro domestico. In attesa che il Governo faccia la sua parte la nostra associazione è a lavoro con le parti sociali con l’obiettivo di arrivare nel 2019 a definire un sistema di protezione specifico, long term care o sanitario integrativo, dedicato alle famiglie datrici di lavoro domestico”.

Roma, 10 dicembre 2018 - "Serve l’unità di tutti gli immigrati, i nuovi cittadini e gli italiani per combattere la deriva razzista che sta creando un problema serio di insicurezza in Italia". Lo ha detto Stephen Ogongo, Coordinatore di Cara Italia, durante un incontro e dibattito con la comunità Sikh di Borgo Hermada (Terracina) Durante l’incontro tenutosi il 2 dicembre, Ogongo ha sottolineato l’importanza di unire tutte le forze per combattere contro le ingiustizie e le violazioni dei diritti degli immigrati e degli italiani.

“È ora di unire tutte le nostre forze per rivendicare i nostri diritti e abbattere tutti gli ostacoli strutturali che impediscono la piena partecipazione degli immigrati alla vita del paese - ha detto Ogongo - Tutte le persone che vivono in Italia – gli immigrati e gli italiani devono lavorare insieme per assicurare che l’Italia diventi un paese pienamente multiculturale e multi religiosa. Questa nuova realtà del paese si deve riflettere in tutti gli ambiti della vita sociale, economica e politica.”

Il coordinatore di Cara Italia ha consigliato a tutti gli immigrati di imparare bene la lingua italiana definendola “la chiave della nostra integrazione che serve anche per dare il nostro massimo contributo allo sviluppo del nostro amatissimo paese.”

Gurmukh Singh, il presidente del Tempio Sikh di Borgo Hermada ha promesso che la sua comunità darà il pieno appoggio alle battaglie di Cara Italia per i diritti umani e contro il razzismo e tutte le altre forme di discriminazioni. “La nostra comunità sta con voi e lavoreremo insieme per difendere i nostri diritti e combattere quelli che sfruttano i nostri fratelli,” ha detto Gurmukh Singh.

Cara Italia è un nuovo movimento che combatte il razzismo e tutte le altre forme di discriminazioni. L’organizzazione diffonde la consapevolezza dei diritti, denuncia le violazioni, e lotta per la giustizia in un Italia veramente multiculturale e multi religioso. Hanno partecipato all'incontro l'avvocato Francesco Portoghese di A buon Diritto, Harvinder Singh Kapil, Milton Kwami e Harbinder Singh Dhaliwal - i promotori di Cara Italia.

Nel suo intervento, Portoghese ha spiegato che il decreto sicurezza ha abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari e ha consigliato a tutti i titolari di quel permesso di attivarsi per convertirlo in un permesso di soggiorno per motivo di lavoro. Una delle novità introdotte dal decreto sicurezza è l’aumento del contributo da pagare per chiedere la cittadinanza che passa da 200 a 250 euro. Non sappiamo il perché dell’aumento perché non era necessario, ha detto Portoghese. La seconda novità negativa introdotta dal decreto sicurezza è l’aumento del periodo di tempo entro cui le autorità devono decidere se riconoscere la cittadinanza o meno. Il periodo di attesa passa da 2 a 4 anni e questo viene applicato anche a chi ha fatto la domanda in precedenza dell’approvazione del decreto. La terza è il requisito della conoscenza di lingua italiana a livello B1. Il decreto sicurezza inoltre introduce la possibilità di revocare la cittadinanza per le persone che sono state condannate per i reati molto gravi come l’associazione per scopi terroristici, o per minacciare l’ordine e la sicurezza pubblica.

Cara Italia in collaborazione con alcune associazioni sta studiando un modo per rendere possibile l’insegnamento della lingua e cultura italiana nei luoghi di culto e di aggregazione delle comunità di immigrati per facilitare la loro integrazione e partecipazione attiva alla vita del paese. L’incontro della delegazione di Cara Italia con la comunità Sikh di Borgo Hermada (Terracina) fa parte di una serie di incontri titolati “Impariamo a conoscere i nostri diritti e doveri come immigrati e cittadini” che Cara Italia organizza con varie comunità in diverse parti del paese per sensibilizzarle sui loro diritti e doveri.

Per ulteriori informazioni su Cara Italia oppure se volete avere un incontro simile con la vostra comunità, potete contattare:
Stephen Ogongo, Coordinatore di Cara Italia
E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Telefono: +39-3333010654
Potete iscrivervi al gruppo Facebook di Cara Italia qui: https://www.facebook.com/groups/caraitalia/
Unitevi a noi e invitate tantissimi vostri amici e contatti. Ricordatevi sempre che PIÙ SIAMO, PIÙ CONTIAMO.

Roma, 10 dicembre 2018 - “L’Italia è preda di un sovranismo psichico”, gli italiani sono spaventati e arrabbiati per la mancata ripresa e i migranti diventano il capro espiatorio. E’ la fotografia di un Paese “incattivito” ad emergere dal 52esimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese.Per il 75% degli italiani gli immigrati – segnala il Rapporto – fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il welfare.

Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. 300mila giovani che lavorano tra i 20 e 29 anni sono a rischio povertà; diecimila più che nel 2016.Secondo il Censis, dopo il rancore è arrivata “la cattiveria”. Colpa della delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso che non è arrivato.Il rancore si estende a livello comunitario: solo il 43% degli italiani pensa che l appartenenza all’Unione europea abbia giovato all Italia, contro una media europea del 68%: siamo all ultimo posto, addirittura dietro la Grecia della troika e il Regno Unito della Brexit.

Roma, 7 dicembre 2018 – La nave Aquarius deve sospendere le sue attività di soccorso in mare dei migranti, “dopo due mesi in porto a Marsiglia senza riuscire a ottenere una bandiera, mentre uomini, donne e bambini continuano a morire”.
L’annuncio arriva da MSF e SOS Méditerranée che denunciano un clima crescente di criminalizzazione delle persone che fuggono da situazioni disperate e di chi li aiuta.
“Una scelta dolorosa, ma purptroppo obbligata – dicono – che lascerà nel Mediterraneo più morti evitabili, senza alcun testimone”, precisando che “finché le persone continueranno a morire in mare o a subire atroci sofferenze in Libia” si cercheranno “nuovi modi per fornire assistenza umanitaria e cure mediche di cui hanno disperatamente bisogno”.
Le operazioni di soccorso della nave, dal 2016 a oggi, hanno consentito sencondo le due ong di salvare oltre 30.000 persone. Ma non resta che arrendersi, denunciando da una parte la campagna avviata dal governo per ostacolare le organizzazioni umanitarie, che mina il diritto internazionale e i principi umanitari, e allo stesso tempo la mancanza di soluzioni europee al problema e l’incapacità di garantire il soccorso e salvare vite umane. “La fine di Aquarius vuol dire più morti in mare, più morti evitabili che avverranno senza alcun testimone” sottolinea Medici senza frontiere.

Roma, 10 dicembre 2018 - Il premier belga Charles Michel "ha preso atto" delle dimissione dei ministri dell'Alleanza nazionalista neo-fiamminga N-Va, in contrasto con la decisione del governo sull'approvazione sul Patto sui migranti Onu. Lo riferiscono i media locali. Il N-Va chiedeva "perlomeno l'astensione sul patto". Il premier ora dovrà guidare un governo minoritario. Le elezioni legislative sono programmate per maggio 2019. I ministri dimissionari, tuttavia, non hanno ancora formalizzato ufficialmente la propria decisione.

Città del Vaticano, 7 dicembre 2018 – La sezione Migranti e Rifugiati del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede esprime “soddisfazione” per il testo finale del patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (global compact) che sarà adottato al vertice che si svolge lunedì e martedì a Marrakech. Al vertice parteciperà peraltro una delegazione vaticana guidata dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin.
Pur esprimendo “riserve” su alcuni riferimenti del documento ad altre iniziative delle Nazioni Unite relative, in particolare, all’aborto e alla “agenda Lgbt”, come è consuetudine della diplomazia vaticana nei fori internazionali, i due sottosegretari di questa sezione della quale il Pontefice ha avocato la direzione ad interim, il gesuita Michael Czerny e lo scalabriniano Fabio Baggio, scrivono in una nota: “Accogliamo l’adozione” dei due global compact “con speranza. La Chiesa può fare molto nell’area vasta e complessa della mobilità umana, e si propone di farlo con un approccio integrale (spirituale e materiale) nell’accoglienza, protezione, promozione e integrazione dei migranti più vulnerabili".

    Roma, 7 dicembre 2018 - In questi giorni è stata sollevata la polemica sul regolamento comunale di Codroipo riguardo la presenza/assenza di bambolotti dalla pelle scura e giochi e strumenti musicali che facciano riferimento ad altre culture negli asili. Non voglio entrare in merito di quanto successo a Codroipo, ma voglio parlare di quello che è successo lo scorso anno scolastico a me e mio figlio, in un asilo statale della provincia di Roma dove comunque un bambolotto dalla pelle scura c’era.

  Ma andiamo con ordine. Ho vissuto in un paese africano (del quale non voglio fare il nome) per molti anni e lì ho adottato mio figlio come single all’inizio del 2017. A novembre dello stesso anno ci trasferiamo in Italia, in un paese della provincia di Roma, ed iscrivo mio figlio di 4 anni all’asilo statale. All’inizio sembra che con le maestre vada tutto bene, racconto loro la storia di mio figlio e sembrano collaborative. Mio figlio è un po' spaesato perché è la prima volta che si trova in un contesto di sole persone bianche, ma io confido che le insegnanti lo aiuteranno.

  A fine novembre mio figlio mi racconta che una bambina della sua classe gli ha detto che è brutto perché è nero. Io mi dispiaccio, ma non mi preoccupo. I bambini a questa età non hanno filtri e nel nostro paese sono abituati a vedere solo bambini bianchi. Decido di riferirlo all’insegnante. E qui arriva la mia sorpresa: la maestra mi dice che non ci può fare nulla. Deve sentirsi attaccata perché aggiunge anche di avere tanti bambini in classe e di non potersi accorgere di tutto. Cerco di dirle che capisco e per questo l’ho voluta informare. Lei chiude dicendo che per queste cose ci sono i colloqui a fine gennaio. Io rimango basita e furente. Ne parlo con la preside e mi assicura che ne parlerà con le insegnanti.  

I giorni passano e mio figlio inizia a mostrarsi sempre più insicuro, se andiamo al parco non vuole giocare con bambini che non conosce perché ha paura che gli dicano che è brutto, quando è ora di dormire, anche se dorme nel lettone con me, si nasconde sotto le coperte. Passa Natale, il primo Natale della sua vita con i regali, e riesco anche a rispondere a perché prima Babbo Natale non gli avesse mai portato un regalo senza far cadere su di lui le ingiustizie del mondo.
 
Ma quando torna a scuola a gennaio e la stessa bambina fa lo stesso commento ed io lo vedo soffrire per questo, non posso fare altro che dirgli che ci sono persone che dicono cose sbagliate, perché nessuno è brutto a causa del colore della sua pelle, siamo tutti belli. Parlo di nuovo con l’insegnate e ricevo la stessa risposta di prima. Le chiedo se conosce i genitori della bambina, se sia il caso di parlarci, e lei si trincera nell’omertà “Non so chi siano, non li conosco”. Dire che sono infuriata è dire poco, chiamo l’UNAR, l’ufficio per denunciare casi di razzismo presso la presidenza del consiglio dei ministri. Ottengo un incontro congiunto con la preside e la coordinatrice pedagogica.
 
E così mi trovo ad una specie di tribunale o esame con me seduta su una sedia dell’asilo e la preside, la coordinatrice didattica e una delle insegnanti in riga dall’altra parte dei banchi di scuola. All’inizio cercano di minimizzare, dicono che va tutto bene, poi però mi dicono che hanno parlato con il padre della bambina. Inizio a fare domande. Se va tutto bene perché avete parlato con il padre della bambina? Cosa state facendo per mio figlio? Avete giochi che non rappresentino solo bambini bianchi? Avete libri i cui protagonisti non siano bianchi? Raccontate storie in cui i protagonisti non siano bianchi? Ed è li che, dal fondo della cesta dei giochi, la maestra tira fuori un bambolotto dalla pelle scura. Poi la preside inizia a parlare e scopro presto la sua strategia: darmi la colpa. Se l’insegnate mi ha risposto in quel modo è colpa mia perché io ho un modo di fare incalzante. Aggiunge che la situazione è particolare perché a mio figlio manca la figura paterna.
 
Quando le parlo del malessere di mio figlio mi dice che non posso esserne sicura perché lo conosco da troppo poco tempo e conclude che mio figlio si deve abituare a situazioni del genere. La coordinatrice pedagogica poi ci mette il carico: secondo lei questo non è un problema vero, il problema vero lo hanno nella sua classe dove è appena arrivato un bambino russo che non parla italiano. Io sono così rivoltata da quello che mi tocca sentire che scelgo di non rispondere, le lascio parlare mentre fisso il soffitto dietro di loro.  

Pochi giorni dopo mio figlio si mette a piangere perché non vuole entrare a scuola, cosa mai successa. Lo porto a casa. Ci sono i colloqui, ma l’insegnante continua a dirmi che va tutto bene. Mi mostra anche un lavoro che hanno fatto sul corpo umano che rappresenta una grande figura umana color rosa porcellino. Ottengo un altro incontro con la preside, stavolta solo io e lei. E approfitto per dirle tutto quello che non le ho detto in precedenza: non si può permettere di dirmi che non conosco abbastanza mio figlio, perché sono la madre e sono la persona che lo conosce meglio sulla faccia della terra. Non si può permettere di dire che il mio essere single abbia a che fare con la situazione, perché in primo luogo si sta parlando di qualcosa detto da un’altra bambina e soprattutto di come questo sia stato gestito dalla preside, in secondo luogo la figura paterna non è garanzia di nulla, ed in terzo esistono vari tipi di famiglie monoparentali e omogenitoriali.

  Le dico anche che l’intervento della coordinatrice pedagogica è stato fuori luogo, perché per quanto la barriera linguistica sia ardua i bambini la superano in fretta. Invece non è che se mio figlio si impegna diventerà bianco, sarà sempre nero. Il colore della pelle non si cambia. Sono problemi diversi e la coordinatrice pedagogica non dovrebbe mettersi a fare la gara a chi ha il problema più grosso in classe. Le racconto anche del lavoro della classe sul corpo umano. “Un’occasione persa per lavorare sull’inclusione” le dico. Perché si possono rappresentare i vari colori di pelle.  

Si tratta di una scuola intitolata ad un grande pedagogista italiano, il cui POF è pieno di belle parole sull’inclusività, che fa suo il motto “I care” antifascista e poi all’atto pratico afferma che un bambino oggetto di razzismo a 4 anni si debba abituare al razzismo, che nega il problema, che non fa nulla per risolverlo.  Si tratta di una scuola con un bambolotto nero in classe. Ma il bambolotto, da solo, non basta.  

Mio figlio ha smesso di frequentare quella scuola. Ora per fortuna ha delle maestre meravigliose. Ha ancora compagni che gli dicono cose poco piacevoli, come chiedergli perché la mattina si mette la cacca in faccia, ma ha delle maestre che lo aiutano ad affrontare e superare certe situazioni.  

Francesca De Maria 

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