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Il ricorso alla Corte di Strasburgo di cinque sudanesi rimpatriati lo scorso 24 agosto. Fu il primo atto dell’accordo di polizia col regime di Omar Al Bashir

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Roma  - 16 febbraio 2017 -   Nessuno può essere esposto al rischio di tortura, pene o trattamenti inumani o degradanti. Le espulsioni collettive sono vietate. Ogni persona i cui diritti e le cui libertà sono stati violati ha diritto a un ricorso effettivo

Tre principi della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo che il governo italiano avrebbe violato lo scorso 24 agosto, con il rimpatrio forzato di quaranta cittadini sudanesi. È quanto denunciano cinque di loro, originari del Darfur, in un ricorso alla Corte di Strasburgo presentato lunedì dagli avvocati Dario Belluccio e Salvatore Fachile dell’Asgi con il sostegno dell’Arci e del Tavolo Asilo. 

Tutti i sudanesi erano stati rastrellati qualche giorno prima a Ventimiglia, quindi spostati per giorni in pullman da un capo all’altro dell’Italia, con una tappa anche all’hotspot di Taranto. Infine erano stati caricati a Torino su un aereo per Khartoum. È stata la prima applicazione dell’intesa sottoscritta il 3 agosto a Roma  dal capo della polizia italiana, Franco Gabrielli, e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein. 

Quell’intesa  è stata uno spartiacque che ha avviato la collaborazione per i rimpatri forzati e ha reso da un giorno all’altro il Sudan un Paese “sicuro”. Questo nonostante i conflitti in corso e nonostante il fatto che il presidente Omar Al Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, continui a reprimere violentemente ogni opposizione al suo regime.

Per ricevere le procure, gli avvocati Belluccio e Fachile, insieme a Sara Prestianni dell’Arci, hanno incontrato i loro assistiti lo scorso dicembre a Khartoum. “Vivono nascosti, da fuggiaschi, alla periferia della Capitale. Hanno paura di tornare in Darfur. Sono sotto controllo e gli è stato tolto il passaporto. I servizi di sicurezza ci hanno interrogato a lungo dopo l’incontro” ha raccontato oggi Fachile in una conferenza stampa organizzata a Roma dal Tavolo Asilo. 

“L’obiettivo del ricorso è sancire che questi e altri rimpatri di massa, tra l’altro fatti su base etnica, sono illegittimi. Così come lo erano i respingimenti in Libia per i quali l’Italia è stata condannata con la sentenza Hirsi” spiega Fachile. “In Sudan i rischi sono altissimi. Eppure l’Ue vuole gli accordi con altri Paesi perché fermino i potenziali richiedenti asilo con le armi prima che arrivino in Europa o per rimpatriarli quando sono già arrivati. In questo disegno, l’Italia e la Grecia fanno da carnefici” 

“Quei sudanesi – spiega  il vicepresidente dell’Arci Filippo Miraglia  - non avevano ancora chiesto asilo in Italia perché come tanti altri  volevano spostarsi in altri Paesi Ue. Dopo l’arresto, nessuno ha spiegato loro che chiedendo asilo non sarebbero stati rimpatriati. I pochi che sono riusciti a restare  in Italia, anche per aver opposto una resistenza disperata,  hanno chiesto asilo e ottenuto lo status di rifugiato”. La prova che il Sudan non è affatto un Paese sicuro. 

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“Italia ed Europa sono schizofreniche sul Sudan. Ancora lo scorso dicembre, rappresentanti di Ue, Usa e Canada denunciavano arresti arbitrari preventivi di attivisti e repressione della libertà di espressione. Il regime di Al Bashir è però un interlocutore privilegiato nella  lotta all’immigrazione irregolare, destinatario di oltre cento milioni di euro del trust fund di La Valletta” ricorda Sara Prestianni. 

I fondi Ue serviranno a finanziare sistemi di controllo delle frontiere, che gli attivisti anti regime temono possano essere usati anche contro di loro, così come centri di detenzione per migranti al confine con l’Eritrea.  Questo in un Paese che ha firmato la Convenzione di  Ginevra, ma non l’articolo 26 sulla libera circolazione: i rifugiati possono stare solo nei campi profughi, se escono vengono arrestati e rimandati in Eritrea. 

“Il Sudan – aggiunge Prestianni - ha 7500 chilometri di frontiere, è impensabile che le controlli tutte, ma per bloccare a nord i flussi verso la Libia  ha schierato come “forze di supporto rapido” le milizie paramilitari degli Janjawid [ i famigerati ‘demoni a cavallo’ impiegati in Darfur]. Intanto la polizia sudanese preme su quella italiana perché inizi l’addestramento: se non ci sono stati altri rimpatri è perché aspettano che l’Italia dia seguito agli impegni previsti dall’accordo di agosto”.

“Questa è la direzione che l’Europa e l’Italia stanno prendendo e alla quale continueremo a opporci” conclude Miraglia, ricordando anche la "caccia ai nigeriani" lanciata qualche giorno fa dal ministero dell’Interno guidato da Marco Minniti. “Stringono accordi con i dittatori, ne formano e aiutano le polizie.  Il tema dei diritti umani e del rispetto delle leggi internazionali e del diritto all’asilo non è al centro dei loro interessi”. 

Elvio Pasca

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