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Avvocati pagati per i rimpatri volontari, la norma nel decreto sicurezza accende lo scontro

Roma, 20 aprile 2026 – C’è un passaggio del decreto Sicurezza che, più di altri, sta facendo discutere. Non riguarda i controlli alle frontiere o le espulsioni forzate, ma qualcosa di più sottile: il ruolo degli avvocati nei rimpatri volontari. Una norma inserita durante l’iter parlamentare prevede infatti un compenso di 625 euro per i legali che assistono un migrante nella richiesta di rimpatrio assistito. Ma solo a una condizione: che quella persona parta davvero.

È questo dettaglio, apparentemente tecnico, ad aver acceso la polemica. Perché trasforma il compenso in un incentivo legato all’esito, introducendo un elemento economico in un ambito – quello della difesa legale – che per definizione dovrebbe restare indipendente.

Il meccanismo è semplice nella sua formulazione. Se un avvocato aiuta un cittadino straniero a presentare la domanda per accedere a un programma di rimpatrio volontario assistito, riceverà il pagamento solo dopo la partenza effettiva. Il denaro dovrebbe essere erogato attraverso il Consiglio nazionale forense, utilizzando fondi dedicati. Ma proprio su questo punto si apre un primo cortocircuito: lo stesso Consiglio ha fatto sapere di non essere mai stato coinvolto e ha chiesto di essere escluso da un ruolo che non rientra nelle sue competenze.

Intanto, mentre il testo prosegue il suo percorso parlamentare, il tempo stringe. Il decreto deve essere convertito entro il 25 aprile e alla Camera si va verso un’approvazione rapida, con la fiducia già sul tavolo. Questo rende ogni modifica estremamente complicata.

Nel frattempo, il dibattito si allarga. Le opposizioni parlano apertamente di una norma che rischia di essere incostituzionale e che introduce un incentivo economico capace di alterare il rapporto tra avvocato e assistito. L’idea che il legale possa essere pagato in base all’esito – cioè alla partenza del migrante – viene vista come una forzatura, se non come una pressione indiretta sulla scelta della persona assistita.

Ma le critiche più dure arrivano proprio dal mondo dell’avvocatura. Le associazioni forensi parlano di una trasformazione del ruolo dell’avvocato, da difensore dei diritti a strumento di una politica pubblica. Il timore è che si crei un conflitto di interessi, in cui il professionista si trovi, anche solo potenzialmente, a orientare le decisioni del proprio cliente.

A questo si aggiunge un altro elemento che pesa nel giudizio complessivo: la cancellazione del patrocinio a spese dello Stato per i migranti che intendano fare ricorso contro un decreto di espulsione. Una scelta che, letta insieme al nuovo incentivo, viene interpretata da molti come un doppio segnale: da un lato si riducono gli strumenti per opporsi all’espulsione, dall’altro si premiano i percorsi che portano al ritorno.

Dal lato della maggioranza, la lettura è diversa. L’obiettivo dichiarato è riequilibrare il sistema, riconoscendo un compenso anche per attività che finora non erano retribuite. Il rimpatrio volontario assistito, previsto da anni, viene descritto come una procedura alternativa e non conflittuale, che offre al migrante un sostegno economico per ricostruire una vita nel Paese di origine. In questa prospettiva, il ruolo dell’avvocato sarebbe quello di accompagnare una scelta già maturata, non di indirizzarla.

Eppure, il nodo resta. Può un compenso legato all’esito convivere con i principi di indipendenza e autonomia della difesa? È una domanda che attraversa non solo il dibattito politico, ma anche quello giuridico.

Mentre le posizioni si irrigidiscono, il calendario corre. Se il testo dovesse essere modificato alla Camera, dovrebbe tornare in Senato per un nuovo passaggio, un’ipotesi difficile nei tempi stretti della conversione. Per questo, la sensazione è che la partita si giochi tutta in pochi giorni.

E che, al di là dell’esito, la questione sollevata da questa norma sia destinata a lasciare un segno più lungo: quello sul confine, sempre delicato, tra politiche migratorie e diritti fondamentali.

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