Roma, 29 aprile 2026 – A Roma non è una fila occasionale, né un picco stagionale. È una presenza costante, quotidiana, che attraversa via degli Astalli e racconta una realtà più profonda: quella di migliaia di persone che chiedono non solo assistenza, ma un percorso concreto di inclusione. È da questa osservazione diretta che prende forma il Rapporto 2026 del Centro Astalli, il servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia, presentato nella capitale e accompagnato dalle parole del presidente padre Camillo Ripamonti.
Il messaggio è netto: l’inclusione non può essere trattata come un’emergenza né come un gesto episodico di solidarietà. Deve diventare una scelta politica strutturale, fondata su responsabilità e visione di lungo periodo. Secondo il Rapporto, investire nell’integrazione significa valorizzare competenze, favorire coesione sociale e rispondere in modo efficace a trasformazioni demografiche ed economiche che riguardano l’intero Paese.
Numeri che raccontano una realtà strutturale
Nel 2025 il Centro Astalli ha seguito circa 21.000 persone, di cui oltre la metà a Roma. Un impegno sostenuto da una rete di 877 volontari e articolato in servizi che vanno dalla mensa all’assistenza legale, fino all’accoglienza abitativa e ai percorsi educativi. Solo nella sede romana sono stati distribuiti più di 62.000 pasti, mentre oltre mille persone hanno trovato ospitalità nelle strutture dedicate.
Un dato colpisce in modo particolare: quasi la metà degli utenti della mensa è composta da richiedenti asilo, una quota in crescita che evidenzia come l’incertezza giuridica si traduca rapidamente in vulnerabilità concreta. Non si tratta di situazioni temporanee: oltre 150 persone hanno fatto ricorso alla mensa più di cento volte nell’arco dell’anno, segnale di una marginalità persistente che difficilmente si risolve senza interventi mirati.
Lavoro e istruzione: un potenziale ancora inespresso
Il Rapporto evidenzia una contraddizione evidente. Da un lato, le persone rifugiate mostrano livelli di istruzione spesso elevati – il 38% degli studenti dei corsi di italiano è laureato – e una forte partecipazione al mercato del lavoro. Dall’altro, l’occupazione resta concentrata in mansioni a bassa qualifica, con condizioni spesso precarie e salari insufficienti.
Nel 2025 sono state accompagnate quasi mille persone nei percorsi di inserimento lavorativo, con oltre duemila azioni di orientamento e 230 inserimenti effettivi. Numeri che dimostrano come l’integrazione funzioni quando è supportata, ma anche quanto resti limitata da ostacoli strutturali: barriere linguistiche, burocrazia complessa e difficoltà nel riconoscimento delle competenze.
Casa, burocrazia e digitale: gli ostacoli dell’inclusione
Se il lavoro rappresenta una porta d’ingresso fondamentale, è il contesto generale a rallentare il percorso. Il mercato immobiliare resta poco accessibile, le procedure per l’asilo si allungano e il welfare mostra segnali di fragilità. A questi elementi si aggiunge una barriera sempre più rilevante: l’accesso ai servizi digitali della pubblica amministrazione, che colpisce in modo particolare le persone più vulnerabili, soprattutto le donne.
Le difficoltà non si limitano alle grandi città. Nelle sedi territoriali emergono dinamiche simili: lavoro povero in crescita a Trento, rafforzamento dei servizi educativi per minori a Catania e Grumo Nevano, percorsi di autonomia a Palermo. Un quadro diffuso che conferma come le criticità non siano locali, ma sistemiche.
Un contesto globale sempre più complesso
Il Rapporto 2026 si inserisce in uno scenario internazionale segnato da tensioni geopolitiche, riduzione dei fondi umanitari e crescente polarizzazione. I tagli ai finanziamenti internazionali, come quelli legati a USAID, hanno avuto effetti immediati: programmi sospesi, servizi ridotti, organizzazioni in difficoltà.
In Europa, la diminuzione degli arrivi irregolari è stata accompagnata da un irrigidimento delle normative, con criteri più restrittivi per l’accesso alla protezione. Anche l’Italia si muove in questa direzione, privilegiando il controllo delle frontiere rispetto a politiche di inclusione strutturale.
Inclusione come scelta politica
Il punto centrale del Rapporto è chiaro: le migrazioni forzate non possono essere gestite solo attraverso strumenti di contenimento. Le sfide attuali – dall’instabilità geopolitica al declino demografico – possono diventare fattori di divisione oppure opportunità di sviluppo. La differenza dipende dalle scelte politiche.
L’inclusione, sottolinea il Centro Astalli, è un processo complesso che richiede tempo, strumenti e continuità: apprendimento della lingua, accesso al lavoro, casa, reti sociali. Non un intervento isolato, ma un sistema integrato di politiche.
La fila quotidiana di via degli Astalli, in fondo, non è solo il simbolo di un bisogno. È il segnale di una domanda strutturale che chiede risposte altrettanto strutturate. E che, secondo il Rapporto 2026, non può più essere rimandata.


