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L’Europa senza immigrati perderà un terzo degli abitanti entro il 2100: gli scenari e le possibili soluzioni

Roma, 8 settembre 2025 – Il declino demografico dell’Europa accelera e, senza immigrazione, la popolazione europea si ridurrebbe drasticamente.

Secondo le proiezioni Eurostat, riprese dal Guardian, la popolazione dell’Unione Europea calerà del 6% entro la fine del secolo. Ma in uno scenario a migrazione zero, considerando anche Regno Unito, Svizzera e Norvegia, il crollo sarebbe vertiginoso: dagli attuali 447 milioni di abitanti a soli 295 milioni nel 2100, un terzo in meno.

Italia tra i Paesi più colpiti

Il quadro per i grandi Paesi è allarmante: Italia e Spagna perderebbero quasi la metà degli abitanti (-44% e -47%), il Regno Unito scenderebbe del 44%, la Germania del 37%, mentre la Francia limiterebbe la flessione al -13%. In assoluto, il calo più drastico riguarderebbe Malta (-62,5%) e Lussemburgo (-50%).

In Italia, la Fondazione Leone Moressa ha elaborato le stime per province: senza immigrazione, la popolazione passerebbe dagli attuali 59 milioni a circa 30 milioni. Alcune regioni vedrebbero crolli superiori al -60%, come la Sardegna (-62,7%), la Liguria (-58,7%) e il Molise (-58,3%). Oristano, con un calo previsto del -66,6%, sarebbe la provincia più colpita.

La natalità in caduta libera

Alla base della crisi c’è la bassa fecondità. Il tasso medio europeo è sceso a 1,38 figli per donna nel 2023 e ulteriormente nel 2024, ben lontano dal 2 necessario per mantenere stabile la popolazione. Le politiche pubbliche a sostegno della natalità hanno effetti positivi ma limitati: un aumento di un punto di Pil in spesa sociale fa crescere la fecondità di appena 0,1 punti. Anche Paesi virtuosi come la Svezia, tornata in passato vicina a quota 2, oggi si trovano in calo (1,43 figli per donna nel 2024).

Immigrazione: l’unico argine al declino

Gli studiosi concordano: senza un flusso migratorio regolare, consistente e ben gestito, l’Europa andrà incontro a spopolamento e squilibri generazionali. La mancanza di giovani riduce la forza lavoro, mette in crisi i sistemi pensionistici e lascia scoperta l’assistenza agli anziani.

Oggi i flussi verso l’Europa restano insufficienti e irregolari. In Italia, dopo il picco del 2023, gli arrivi via mare sono calati nel biennio 2024-25 (66mila l’anno), ma il fenomeno resta consistente. Intanto, i canali legali sono ancora troppo limitati: con il governo Meloni si è passati dai 30mila permessi di lavoro annui dei governi Conte a oltre 160mila nel 2025, ma gli esperti stimano che ne servirebbero almeno 350mila ogni anno per mantenere stabile il rapporto tra lavoratori e pensionati.

Quali soluzioni?

Gli analisti indicano una strategia in due direzioni. Da un lato, bloccare le rotte irregolari e ridurre i morti nel Mediterraneo. Dall’altro, creare canali sicuri e programmati di ingresso, anche con centri di reclutamento e formazione nei Paesi di origine, accompagnati da politiche di integrazione che puntino su lingua, competenze e inclusione sociale.

Il confronto con la Spagna è significativo: con tassi di fecondità simili a quelli italiani, Madrid ha una popolazione in crescita grazie alla possibilità di accogliere migranti dall’America Latina, facilitati dalla lingua e da legami culturali e religiosi.

Più produttività, ma non basta

Il problema può essere attenuato anche con l’aumento della produttività: se ci saranno meno lavoratori, ciascuno dovrà produrre di più. Ma gli studi della Ragioneria Generale dello Stato dimostrano che questo, da solo, non può colmare il divario.

La conclusione degli esperti è chiara: un flusso regolare di immigrati è essenziale. Senza, l’Europa rischia di ritrovarsi a fine secolo molto più piccola, più anziana e più fragile.

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