Roma, 4 maggio 2026 – Uscire da una logica puramente difensiva, senza per questo tradurre l’accoglienza in un principio indiscriminato. È il messaggio lanciato dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, intervenuto durante un dialogo con i giornalisti Paolo Mosanghini e Giovanni Lesa sul tema delle migrazioni, del futuro e della speranza.
“Bisogna uscire da una logica solo difensiva”, ha affermato Zuppi, precisando che questo “non significa accogliere tutti”, ma piuttosto superare una polarizzazione che impedisce di affrontare i problemi reali. Secondo il presidente della Conferenza episcopale italiana, il tema migratorio richiede scelte capaci di guardare al futuro, senza cedere alla paura né alla semplificazione.
Per la Chiesa, ha spiegato, resta però un punto intoccabile: la tutela della vita umana. “La vita va salvata, se c’è qualcuno in mezzo al mare lo si aiuta”, ha detto Zuppi, richiamando l’attenzione sul numero delle vittime lungo le rotte migratorie. “Il numero dei morti purtroppo è aumentato e noi ci scandalizziamo di meno”, ha osservato, ricordando anche “i morti di fame e di sete” e riprendendo il monito di papa Francesco: “Questo non si può accettare”.
Il cardinale ha invitato a non vivere l’accoglienza come una minaccia all’identità. “Non avere paura: accoglienza non significa cancellare l’identità, non è vero che si perdono le radici, che non sapremo più chi siamo”, ha sottolineato. Per Zuppi, la sfida è costruire comunità capaci di affrontare il cambiamento senza chiudersi, distinguendo tra responsabilità, sicurezza, umanità e visione.
Il tema del futuro, ha aggiunto, riguarda anche il rapporto con le nuove generazioni. “Se guardi al futuro, i giovani attraverso di te guarderanno il futuro”, ha detto Zuppi, mettendo in guardia da un approccio troppo prescrittivo, fatto solo di indicazioni su “quel che devono fare”. In un tempo confuso, ha spiegato, “già dare un senso di orientamento in questa babilonia è tanto”.
Da qui anche l’invito a riscoprire la dimensione comunitaria e relazionale. “Bisogna fare comunità e medicalizziamo di meno: troppe cure fanno male”, ha affermato il presidente della Cei. Più che di figure che spiegano dall’esterno chi siamo, ha aggiunto, c’è bisogno di “innamorati che sappiano far innamorare”, persone capaci di trasmettere passione, senso e fiducia.
In chiusura, Zuppi ha richiamato il valore della speranza, distinguendola dal bisogno di avere tutto già chiaro. “Vogliamo tutte le risposte, ma la speranza non è avere tutte le risposte”, ha detto. Sperare, per il cardinale, significa credere che nel buio possa esserci la luce e nella distruzione la possibilità della ricostruzione: come chi, dopo la devastazione, ha saputo immaginare un futuro, o come “il contadino che nel grigio e nel freddo di novembre vede le messi in giugno”.


