Roma, 4 agosto 2025 – Dopo la sentenza della Corte di giustizia europea che ha demolito le basi giuridiche del protocollo Italia-Albania, il governo Meloni rilancia il pressing sull’Unione europea per anticipare l’entrata in vigore del nuovo Patto su asilo e immigrazione. Una riforma cruciale per l’Italia, che punta a blindare le procedure accelerate e a semplificare i rimpatri verso i Paesi d’origine sicuri.
Un portavoce della Commissione europea ha confermato che «già ad aprile la Commissione aveva proposto di anticipare» l’applicazione del Patto, invitando Parlamento e Consiglio UE a «procedere il più rapidamente possibile».
Il cuore della riforma consiste in tre elementi principali: adozione uniforme delle procedure di frontiera accelerate nei 27 Stati membri, definizione più stringente di “Paese sicuro”, e la creazione di una lista comune europea di Paesi sicuri. Oggi tale lista include solo sette Paesi, tra cui Egitto e Bangladesh, di particolare interesse per l’Italia, che tuttavia ha facoltà di aggiungerne altri su base nazionale.
In base alla proposta, i migranti provenienti da Paesi sicuri potranno essere trattenuti (non obbligatoriamente) in centri di frontiera, ma la durata massima della procedura dovrà essere di tre mesi. Un termine molto più ampio dei 28 giorni previsti dal piano italiano per i centri in Albania.
Ed è qui che emergono i dubbi giuridici. Il nuovo regolamento europeo prevede che i centri siano all’interno del territorio dell’UE, mentre l’Albania non è uno Stato membro. Inoltre, sarà compito della Ue e degli Stati membri rendere pubbliche le fonti utilizzate per designare un Paese come sicuro, affinché siano verificabili sia dal richiedente asilo che dai giudici nazionali.
Una clausola che risponde indirettamente alle dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha contestato la legittimità dell’intervento giudiziario sul tema: «Come fa un magistrato a sapere se un Paese è sicuro?». La risposta è chiara nel testo del Patto: la verifica compete ai giudici, sulla base di fonti trasparenti e accessibili.
Nel frattempo, resta il rebus per l’Italia: come adeguare l’esperimento albanese ai parametri del nuovo regolamento europeo? Anche volendo accelerare l’adozione del Patto, le norme non si sovrappongono alle attuali modalità operative a Gjader, dove la detenzione avviene fuori dai confini dell’Unione e senza le garanzie procedurali previste dalla futura normativa.
Una situazione che mette a rischio l’intero impianto giuridico dell’accordo Italia-Albania e apre a nuovi possibili ricorsi giurisdizionali, sia in Italia che in sede europea. Il governo confida ora in un’accelerazione politica a Bruxelles, ma resta da sciogliere il nodo centrale: come definire un Paese sicuro e quali diritti devono essere garantiti ai migranti trattenuti.


