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Rimesse, dall’Italia 8,6 miliardi ai Paesi d’origine: il welfare silenzioso degli immigrati

Roma, 21 maggio 2026 – Nel 2025 i lavoratori immigrati residenti in Italia hanno inviato verso i Paesi d’origine 8,6 miliardi di euro. Un flusso enorme, superiore alla spesa italiana per la cooperazione allo sviluppo, stimata intorno ai 6 miliardi, e che ogni anno sostiene famiglie, economie locali, scuole, cure mediche e piccoli investimenti nei territori di partenza. Il dato emerge da un’elaborazione della Fondazione Leone Moressa su dati della Banca d’Italia.

Ogni mese milioni di persone trasferiscono una parte del proprio salario ai familiari rimasti nei Paesi d’origine. Sono soldi che servono spesso per esigenze essenziali: pagare l’affitto dei genitori, acquistare medicine, sostenere le spese scolastiche dei figli, affrontare emergenze sanitarie o garantire un reddito minimo a nuclei familiari che vivono in economie fragili.

Il primo Paese destinatario delle rimesse dall’Italia è il Bangladesh, con circa 1,7 miliardi di euro, quasi un quinto del totale. È un dato particolarmente significativo se si considera che la comunità bangladese in Italia conta circa 140 mila persone, meno numerosa di altre comunità storiche. La media pro capite è molto elevata: ogni cittadino bangladese in Italia invia mediamente 658 euro al mese, quasi cinque volte la media nazionale di 134 euro. Seguono India, con circa 600 milioni di euro, e Marocco, con circa 580 milioni.

La mappa delle rimesse racconta anche l’evoluzione delle comunità straniere in Italia. Colpisce, ad esempio, il crollo dei trasferimenti verso la Cina: dai circa 3 miliardi di euro registrati nel 2011-2012 si è passati a soli 4 milioni nel 2025. Un cambiamento che riflette trasformazioni profonde nella comunità cinese, sempre più stabilizzata e integrata, ma anche modifiche nei canali e nelle modalità di trasferimento del denaro. In direzione opposta si muove invece la Georgia, che nell’ultimo decennio ha visto crescere le rimesse di oltre cinque volte.

Anche sul piano territoriale il fenomeno è concentrato nelle aree italiane a più alta densità occupazionale. La Lombardia genera il 21,7% del totale, pari a circa 1,9 miliardi di euro, seguita dal Lazio con il 16,2%, circa 1,4 miliardi, e dall’Emilia-Romagna con il 9,4%. Roma è la prima provincia di partenza delle rimesse, con circa 1,2 miliardi di euro, davanti a Milano, che sfiora i 944 milioni. Da sole, le due città producono circa un quarto di tutti i trasferimenti dall’Italia verso l’estero.

Il peso economico delle rimesse è enorme perché, a differenza degli aiuti pubblici allo sviluppo, raggiunge direttamente le famiglie. Non passa attraverso strutture istituzionali, agenzie o intermediari della cooperazione, ma arriva in modo immediato a chi ne ha bisogno. Nel breve periodo questi trasferimenti funzionano spesso come una forma di welfare transnazionale: coprono cibo, casa, istruzione e salute. In Paesi a basso reddito possono rappresentare una quota decisiva del reddito familiare e, in alcuni casi, una fonte essenziale di valuta estera.

Ma il loro impatto non è privo di ambivalenze. Se usate per finanziare istruzione, cure mediche o piccole attività economiche, le rimesse possono contribuire allo sviluppo di lungo periodo. Quando invece vengono assorbite quasi interamente dai consumi quotidiani o dal mercato immobiliare, il loro effetto produttivo è più limitato. Esiste anche il rischio che intere comunità diventino dipendenti dal denaro inviato dall’estero, rendendo le economie locali vulnerabili alle crisi del Paese di destinazione.

Un altro nodo riguarda i costi di trasferimento: il costo medio globale di una rimessa resta intorno al 6-7% del valore inviato. Per un lavoratore che manda 658 euro al mese, questo può significare pagare tra 40 e 50 euro solo di commissioni. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite prevede di ridurre questi costi al 3%, ma il tema resta ancora marginale nel dibattito politico.

Il confronto con la cooperazione allo sviluppo apre una questione strategica. L’Italia investe risorse pubbliche in programmi internazionali, in particolare nell’ambito del Piano Mattei e nelle relazioni con Africa e Mediterraneo. Tuttavia, il flusso privato delle rimesse, pur essendo più consistente in termini economici, non sembra ancora integrato in una politica organica. Le rimesse seguono la geografia reale delle migrazioni, verso Bangladesh, India, Marocco, Filippine e altri Paesi, mentre la cooperazione risponde a priorità geopolitiche e istituzionali diverse.

Secondo l’analisi, sarebbe possibile creare un ponte tra questi due mondi. Esistono strumenti già sperimentati in altri Paesi, come i programmi di rimesse produttive, i conti di risparmio vincolati, i fondi di garanzia per piccoli imprenditori e i diaspora bond, cioè strumenti finanziari con cui le comunità emigrate contribuiscono direttamente a investimenti nei Paesi d’origine. India, Messico e Marocco li hanno già utilizzati con risultati interessanti, mentre in Italia manca ancora una strategia strutturata.

La questione, quindi, non riguarda solo il denaro che parte dall’Italia, ma il modo in cui questo flusso potrebbe essere valorizzato. Ridurre le commissioni, incentivare canali sicuri e trasparenti, coinvolgere le comunità diasporiche nei progetti di sviluppo e trasformare una parte delle rimesse in investimenti produttivi potrebbero avere effetti importanti sia nei Paesi d’origine sia nelle relazioni dell’Italia con queste aree.

Le rimesse mostrano una realtà spesso ignorata nel dibattito pubblico: gli immigrati non sono soltanto lavoratori inseriti nel sistema economico italiano, ma anche attori fondamentali dello sviluppo globale. Con i loro salari finanziano famiglie, scuole, ospedali, piccole imprese e percorsi di emancipazione. Un contributo silenzioso, quotidiano, privato, ma di dimensioni tali da meritare finalmente attenzione politica.

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