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SENTENZA DELLA CORTE (Seconda Sezione). 2 settembre 2015. «Rinvio pregiudiziale – Status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo – Direttiva 2003/109/CE – Normativa nazionale – Rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno – Presupposto – Contributo finanziario obbligatorio – Importo otto volte più elevato rispetto all’importo richiesto per ottenere la carta d’identità nazionale – Lesione dei principi della direttiva 2003/109/CE»

Con il ricorso, la Commissione delle Comunità europee chiede alla Corte di dichiarare che, avendo mantenuto nella sua normativa il requisito della cittadinanza italiana per l’esercizio degli impieghi di capitano e ufficiale (comandante in seconda) su tutte le navi battenti bandiera italiana, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi che le incombono in virtù dell’art. 39 CE.

L’art. 39, nn. 1-3, CE sancisce il principio della libera circolazione dei lavoratori e l’abolizione di qualsiasi discriminazione, fondata sulla nazionalità, tra i lavoratori degli Stati membri. L’art. 39, n. 4, CE prevede tuttavia che le disposizioni di tale articolo non sono applicabili agli impieghi nella pubblica amministrazione.

Uno Stato membro è autorizzato a riservare ai propri cittadini i posti di capitano e di comandante in seconda delle navi battenti la sua bandiera solo a condizione che i poteri d’imperio attribuiti ai capitani e ai comandanti in seconda di tali navi vengano effettivamente esercitati in modo abituale e non rappresentino una parte molto ridotta delle loro attività.

Nel ricorso per inadempimento in esame è dimostrato dalla Commissione e ammesso dalla Repubblica italiana, come risulta chiaramente dalle ultime memorie di quest’ultima, che la normativa italiana contiene disposizioni che esigono la cittadinanza italiana per l’esercizio delle funzioni di capitano e di ufficiale, comandante in seconda, su tutte le navi battenti bandiera italiana. 

Risulta infatti tanto dalle memorie della Commissione quanto da quelle della Repubblica italiana che l’art. 119 del codice della navigazione, che prevede che possano essere iscritti nelle matricole della gente di mare i cittadini italiani, resta in vigore, così come l’art. 239, n. 2, del regolamento di esecuzione, che esige, ai fini di detta iscrizione, la produzione di un certificato di cittadinanza italiana.

Orbene, dal fascicolo non emerge che i capitani e gli ufficiali (comandanti in seconda) esercitino effettivamente poteri di pubblico imperio in modo abituale a bordo di tutte le navi battenti bandiera italiana, per una parte delle loro attività
Inoltre, la Repubblica italiana ammette che un ostacolo all’esercizio delle professioni in questione da parte dei cittadini di altri Stati membri potrebbe derivare dall’art. 4, n. 2, del decreto del Presidente della Repubblica italiana 9 maggio 2001, n. 324, che esclude il riconoscimento dei certificati relativi all’esercizio delle funzioni di capitano e di comandante in seconda rilasciati o convalidati dalle autorità competenti di uno Stato membro a cittadini di altri Stati membri dell’Unione.


Il ricorso della Commissione deve quindi essere considerato fondato.

Corte Giustizia Comunità Europee, Grande Sezione, Sentenza 25 luglio, Provvedimento C-127/2008.

Il coniuge extracomunitario di un cittadino dell'Unione può circolare e soggiornare all'interno dell’Unione senza aver prima soggiornato legalmente in uno Stato membro.

Lo stabilisce la Corte di Giustizia, accogliendo alcuni ricorsi presentati da cittadini extraUE ai quali era stato negato il diritto di circolazione in Irlanda, pur avendo gli stessi ivi contratto matrimonio (ma con cittadini UE non aventi la cittadinanza irlandese).

Per quanto concerne i familiari di un cittadino dell'Unione, l'applicazione della direttiva sulla libera circolazione dei cittadini dell'Unione 2004/38/CE, non è subordinata al presupposto che essi abbiano soggiornato previamente in uno Stato membro. La direttiva si applica a qualsiasi cittadino dell'Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, nonché ai suoi familiari che lo accompagnino o lo raggiungano in questo Stato membro. La definizione di familiari contenuta nella direttiva non pone distinzioni a seconda che essi abbiano già soggiornato legalmente, o meno, in un altro Stato membro.

Il coniuge extracomunitario di un cittadino dell'Unione, il quale accompagni o raggiunga il detto cittadino, può beneficiare della direttiva a prescindere dal luogo e dalla data del loro matrimonio nonché dalla modalità secondo la quale il detto cittadino di un paese terzo ha fatto ingresso nello Stato membro ospitante.

Corte di Giustizia U.E., sez. grande, sentenza 09.01.2007 n.° C-1/05

 
Diritto di soggiorno – sostegno materiale – prova da fornire per la presa a carico

Il familiare di un cittadino comunitario, qualunque sia la cittadinanza, è considerato a carico quando risulta avere bisogno del sostegno materiale per far fronte ai suoi bisogni essenziali nello Stato di origine. La prova della necessità del sostegno materiale, non si può desumere dall’impegno del familiare a prendere a carico lo straniero, ma dal fatto che esista un reale bisogno di denaro e di contributi di altro tipo, che viene soddisfatto in modo regolare dai familiari residenti negli Stati membri, dimostrabile con qualunque mezzo effettivamente idoneo come ad esempio, ma non in modo esclusivo, da un certificato di dipendenza economica emesso dalle autorità dello Stato di origine. Non può invece, essere preso in considerazione un bisogno solamente occasionale o un sostegno che non è realmente necessario alla sussistenza della persona interessata

Corte di Giustizia UE sentenza del 17 febbraio 2009: protezione internazionale
Corte di Giustizia UE sentenza n. C- 465/07 del 17 febbraio 2009: protezione internazionale
Nel caso in specie due coniugi iracheni avevano presentato ai Paesi Bassi domanda di permesso di soggiorno temporaneo, corredate di elementi diretti a provare il rischio effettivo al quale sarebbero esposti in caso di espulsione vero il loro paese d’origine nella fattispecie l’Irak.
In seguito al rigetto delle loro domande questi cittadini stranieri avevano proposto ricorso che era stato accolto dal Giudice in considerazione della presenza nel loro paese di un conflitto armato. Secondo questo Giudice, il Ministro avrebbe dovuto rilasciare loro un permesso temporaneo.
Tuttavia, in sede di appello sono state sottoposte alla Corte di Giustizia delle questioni pregiudiziali. Le questioni sollevate vertono sull’interpretazione dell’articolo 15 della Direttiva del Consiglio 29 aprile 2004/83/CE recante norme minime sull’attribuzione della qualifica di “persona bisognosa di protezione internazionale”.
La Corte si è espressa nel senso che l’esistenza di una minaccia individuale alla vita di una persona non è subordinata alla condizione che il richiedente fornisca la prova che lui è interessato ad una minaccia diretta alla sua persona.
L’esistenza di una siffatta minaccia sussiste ogni qualvolta sussistono fondati motivi di ritenere che un civile rientrando nel suo paese, per la sua sola presenza sul territorio, correrebbe un rischio effettivo di subire la detta minaccia.