Le ditte individuali sono 230mila, crescono del 10% l’anno. Rapporti stabili con le banche, utili reinvestiti in Italia
ROMA – Aumentano senza sosta gli immigrati che si mettono in proprio, la crescita delle loro imprese viaggia a ritmi di gran lunga superiori rispetto a quelle degli italiani e produce utili reinvestiti quasi completamente in Italia.
A fare il punto su una delle realtà più dinamiche del nostro sistema economico è lo studio "Comportamenti finanziari e creditizi della società multi-etnica" realizzato da Unioncamere, Nomisma, Crif e Adiconsum presentato ieri a Roma.
Dal 2001 a oggi le imprese individuali gestite da immigrati sono passate da circa 100 mila ad oltre 227 mila unità, con un tasso annuo di crescita del 10%, che fa impallidire il dato nazionale fermo all’1,2%. Sono realtà giovani (il 15% degli imprenditori immigrati ha meno di 30 anni) e si concentrano prevalentemente nel commercio (40%), nelle costruzioni (29,9%) e nei servizi (13,5%).
Il 70% delle 227 mila imprese di immigrati ha rapporti con le banche italiane e il 40% ha chiesto un prestito (l’importo medio è 34 mila euro), per l’avvio o l’ampliamento di un’attività, ma la maggior parte ha utilizzato risorse proprie o fornite da parenti e amici. Secondo la ricerca, gli imprenditori dell’Est europeo e gli africani ricorrono maggiormente al finanziamento bancario, mentre i cinesi sono più propensi a cercare i fondi all’interno della comunità.
La maggior parte dei profitti si trasforma in consumi in Italia, circa un quarto degli intervistati ritiene di dover investire i maggiori guadagni nel rafforzamento della propria attività, mentre solo una piccola quota (poco più del 2%) è destinata ad aumentare le rimesse verso il Paese di provenienza. Circa un quarto degli imprenditori intervistati ritiene di dover investire i maggiori guadagni nel rafforzamento della propria attività.
"La tendenza di questi imprenditori a reinvestire i loro profitti per consolidare la loro attività imprenditoriale produce un vantaggio alla nostra economia e dimostra che le prospettive di medio e lungo periodo dell’imprenditore immigrato sono quelle di un suo progetto di vita futura e di un radicamento in Italia" ha commentato il sottosegretario all’Interno, Marcella Lucidi.
Quando però manca l’appoggio delle istituzioni, questi imprenditori sviluppano la loro attività solo all’interno della comunità, "con la conseguenza – nota Lucidi – che viene a ridursi l’impatto positivo della loro attività sull’economia del nostro Paese e gli imprenditori immigrati sono indotti a rinunciare a servizi qualitativamente migliori".
Occorre quindi rimuovere, secondo il sottosegretario, "quegli ostacoli che impediscono a questi imprenditori di competere assumendo al pari degli altri il rischio della loro attività. Così come occorre favorire, in un quadro di norme sempre più agibili per tutti gli imprenditori, sia italiani che stranieri, l’osservanza delle regole che non alterino la concorrenza attraverso, per esempio, il ricorso al lavoro nero degli irregolari. Per questo – ha concluso – un maggior coinvolgimento degli enti locali nelle procedure per i permessi di soggiorno così come una migliore fruibilità dei servizi pubblici e privati può essere di supporto all’integrazione economica e sociale".
(19 aprile 2007)
EP


