Il portale dell'immigrazione e degli immigrati in Italia - Stranieri in Italia

Scandalo a Foggia dove è spuntato il video dell'arresto del migrante gambiano ammanettato alla ruota dell'auto della polizia.
Il 5 ottobre, è stato arrestato il gambiano Omar Jallow, 26 anni, per aggressione a due poliziotti, perlomeno secondo la versione del SAP (Sindacato Autonomo di Polizia), che tuttavia non coinciderebbe con quella dei migranti, come denuncia il comitato Campagne In Lotta: «E' stato trascinato per metri in manette».
Senza entrare nelle ragioni dell’arresto, l’immagine sconcertante è quella dell’arrestato ammanettato alla ruota di una volante della polizia, accovacciato per terra, come una scena degna del famoso telefilm schiavista “Radici” con Kunta Kinte. C’era un amico che cercava di medicargli alla meglio il braccio sanguinante. Accanto a lui, da una parte, poggiato sull'auto, un agente affaticato con la divisa sporca di fango ed intorno a loro, numerosi migranti che urlano: «Lasciatelo stare, non è un animale».
Il fatto che se Omar Jallow abbia sbagliato nei confronti della legge, al pari di chiunque, è giusto che risponda delle sue responsabilità, secondo i dettami della stessa legge. Ma in un paese che si ritiene democratico e civile come l’Italia, è un colpo allo stomaco vedere un essere umano messo pubblicamente alla berlina come una bestia, a rammentare scene di umiliazioni umane del passato, già di per se impossibili da dimenticare, con neri, ebrei, pellerossa… Specie se ad opera di appartenenti ad organi che rappresentano la legge e non dovrebbero calpestare ma anzi difenderne i principi di nobilitazione della persona umana.
Ma ahimè! Questa immagine di un nero ammanettato alla “ruota” dell’auto della polizia, fa tristemente costatare che ancora una volta, l’umiliazione del più debole continua ad andare a… “ruota” libera.

Milton Kwami

Roma, 9 ottobre 2018 - Intervenendo alla convention di Forza Italia “Idee Italia” organizzato da Mariastella Gelmini, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, parlando di sicurezza, ha sollevato l’ilarità della platea paragonando i poliziotti veneziani a Batman.
Precisamente il sindaco lagunare ha detto: «Abbiamo assunto 200 nuovi vigili secondo la logica del cronometro. Sanno correre, saltare e inseguire i “nigeriani” in fuga per 5 km con pistola e manganello».
Ha poi aggiunto che quando il nigeriano, il nero, «se ferma con la lingua fora e dice: “ma chi sio?” – “Siamo Batman”. Ma è tutto vero».
E poi Brugnaro a vantarsi delle opere di “pulizia” (etnica?) da lui operate nella sua città sul piano del degrado e della legalità, senza omettere di complimentarsi con il ministro dell’Interno Matteo Salvini, col quale si è dichiarato «d’accordo sulla difesa delle frontiere: serve un blocco navale per bloccare le imbarcazioni a 13 miglia dalla Libia o dai posti che diventano problematici».
Da come l’ha detto, sembrerebbe che il sindaco di Venezia abbia preso di mira i soli “nigeriani”, come fossero loro gli unici delinquenti specifici da tenere sotto mira. Dopo la legge “ad personam”, la legge elettorale “ad partitam”, ecc… che siamo al provvedimento “ad nigeriam”?

Milton Kwami

Venezia, respinta al colloquio di lavoro: «Non voglio persone di colore, fanno schifo ai clienti». Il sindaco si scusa a nome della città: «Quello è un cretino patentato».
Judith Romanello, ragazza di 20 anni, d’origine haitiana figlia adottiva di una coppia di Spinea, cresciuta in Veneto, ha postato un video su Facebook in cui denuncia: «Non è la prima volta che non mi assumono per questo motivo», alludendo al colore della sua pelle. Venezia, respinta al colloquio di lavoro: «Non voglio persone di colore, fanno schifo ai clienti».
Cresciuta in Veneto, Judith Romanello parla con il tipico accento veneto, il che dovrebbe aver tratto in inganno al telefono il titolare di un ristorante di Venezia in cerca di personale. Sicché quando la giovane si è presentata al colloquio, il titolare non le ha neanche chiesto il curriculum. Si è invece sentita rispondere: «Ah, ma sei nera?». E poi: «Scusami, non è cattiveria, ma non voglio persone di colore nel mio ristorante. Potrebbe fare schifo ai miei clienti, potrebbe fare schifo che tu tocchi i loro piatti. Quindi grazie mille...». E poi se n’è andato senza nemmeno stringerle la mano.
«Non siamo più nell'apartheid», si è sfogata la ragazza su Facebook. «E' assurdo che nel 2018 ci sia ancora questa lotta tra nero e bianco. Quello che deve vergognarsi è il titolare di quel ristorante. Io sono andata lì con il sorriso, con la voglia di lavorare, con il mio curriculum. Poteva inventarsi quello che voleva e non darmi il lavoro, ma non puoi dirmi no per il colore della pelle».
Il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, parlando di «comportamento assurdo, discriminatorio e soprattutto stupido», ha chiesto ufficialmente scusa a Judith Romanelli, «a nome della città per questo episodio vergognoso».
Riprendendo il famoso film sul razzismo con Sidney Poitiers (“Indovina chi viene la cena”), che il ristoratore abbia praticamente confessato di farsela sotto al solo pensare che i suoi clienti possano chiedersi: «Indovina “con” chi viene la cena?»
Milton Kwami

A Napoli, per aver chiesto una proroga di appena due giorni per il pagamento dell’affitto, un immigrato senegalese è stato ferito a bottigliate dalla furia di 20 persone. Il povero aggredito, ricoverato presso l’Ospedale di Loreto Mare, si è salvato solo grazie all’intervento della polizia che è così riuscita ad evitare il peggio. Grazie a Dio, nonostante le tante ferite gravi riportate e il molto sangue perso, il senegalese non risulta in pericolo di vita.
L’aggressione è stata fatta dal proprietario della casa in affitto all’immigrato, venditore ambulante con regolare permesso di soggiorno. Tutto sarebbe dovuto al fatto che l’inquilino senegalese aveva chiesto due giorni in più per pagare la pigione. Il proprietario, dopo in un primo tempo in cui era sembrato aver accettato la richiesta dell’immigrato, sarebbe invece tornato indietro con un esercito di 20 “mercenari”. E con lo stratagemma di spacciarsi per finti poliziotti per farsi aprire la porta, hanno fatto irruzione nell’appartamento e… giù botte, spingendosi persino a colpire il malcapitato immigrato con bottiglie di vetro al capo, al petto e alle braccia. Il senegalese si è salvato dandosi alla fuga per trovare rifugio nella casa di un connazionale vicino, dalla quale ha chiamato le forze dell’ordine che, una volta sul posto, sono riuscite a trarre in salvo l’uomo e portarlo al vicino ospedale partenopeo per le cure del caso. Questa bruttissima storia che ha dell’assurdo è l’ennesimo episodio che sta imbrattando un quadro che fino a qualche tempo fa, faceva sperare di un paese avviato ad un processo di convivenza, basato sulla tolleranza e un percorso assistito e collaborato di integrazione tra italiani e stranieri. Ma di fronte a fattacci come questo indigesto cocktail di pestaggi a base di “bottigliate”, è triste temere che l’Italia non si stia “imbottigliando” nell’ingorgo dell’odio razzista di alcuni che ne insultano la tradizione e la cultura d’accoglienza universalmente riconosciuta.

Milton Kwami

Chi non è mai stato straniero difficilmente capisce quanto sia duro esserlo. Soprattutto in una terra che chiami casa, nella quale sei cresciuto, sei diventato un adulto. Chi non è mai stato straniero in Italia non ha idea di quanto siano lunghi e travagliati gli anni passati in questura a compilare mille documenti, aspettare anni oltre la scadenza burocratica per ottenere un permesso di soggiorno. Per non parlare di quanto sia lungo il percorso di ottenimento della cittadinanza italiana. Non si spende solo tempo ma anche tanti tantissimi soldi.
Nella mia famiglia abbiamo quasi tutti (per un ritardo burocratico mia madre sta aspettando più tempo del dovuto) la cittadinanza italiana. Viviamo nella stessa città da quasi 20 anni. Io ci sono cresciuta qui, se mi chiedono da dove vengo dico "Friuli". Il contratto d'affitto della casa nella quale abbiamo vissuto per tutti questi anni finisce il 31 ottobre, ancora un paio di settimane, e noi dobbiamo traslocare perché il padrone vuole ristrutturarla.
Abbiamo cercato casa per quasi 6 mesi. Ci hanno rifiutato tutti. Siamo cittadini italiani, abbiamo ottime referenze, abbiamo sempre pagato le tasse. Eppure, siamo nati in un altro paese, siamo nati in Albania. È questa la nostra colpa, un affronto per gli altri. I miei genitori hanno ancora un forte accento albanese e quando sono stati in agenzia immobiliare sono stati rifiutati subito con la scusa che non c'erano appartamenti disponibili. Io ho la parlata più friulana che albanese. Quando mi sono recata nella stessa agenzia immobiliare ho ottenuto tre appuntamenti. Tre. L'agente immobiliare mi ha chiesto, una volta datomi gli appuntamenti, un numero di telefono ed il mio nome. Le ho fatto lo spelling. Mi ha ringraziato e mi ha detto che mi avrebbe richiamato a breve nel caso ci fossero stati problemi. Mi ha richiamato la mattina seguente con queste parole: ho letto il tuo cognome, non sei italiana non ti posso affittare nulla. Non mi ha chiesto se fossi cittadina italiana, le mie referenze, nulla. Mi ha solo detto di aver letto il mio cognome.
Mi ha annullato tutti gli appuntamenti ed io non ho più una casa da visitare. Vi ricordo giusto una cosa: "Ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza, l'origine o la convinzione religiosa è considerato dalla legge italiana discriminatorio (art.42 del d.lgs. 286/98). Si tratta di un comportamento illegittimo anche se non è intenzionale, perché comunque distrugge o compromette il riconoscimento, il godimento o l'esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali.”
Il razzismo non è solo ignoranza ma è ignoranza illegale. Io non voglio diventare un altro adulto che subisce, non voglio crescere nella paura di essere discriminata da un giorno all'altro. Ho parlato in radio, e sto prendendo un appuntamento dal sindaco e vorrei ottenere un articolo di giornale. Ma non solo per me perché la mia situazione può volgere al meglio da un momento all'altro. Ma per tutti gli stranieri, che siano cittadini italiani, che siano extracomunitari che continuano a subire questa folle discriminazione che li lascia senza casa, senza un posto dove vivere. Le agenzie sono abituate a comportarsi così perché nessuno dice nulla, gli stranieri hanno paura di perdere da un giorno all'altro i diritti che hanno conquistato con fatica e allora continuano a subire in silenzio. Peccato che stavolta abbiano fatto una bella stronzata con la persona sbagliata perché io di razzismo nella vita ne ho subito moltissimo e non accetto di continuare questa catena.
Se nessuna voce omertosa si alza dal coro allora nel mio piccolo provo a farlo io. Sono cittadina italiana ma sono anche cittadina albanese. Sulla mia pelle porto il peso della dignità di due paesi. Vi allego la mia faccia sorridente perché la prossima volta che vedrete qualche straniero subire e non farete nulla, la prossima volta che farete commenti razzisti, la prossima volta che discriminerete per la pelle, per la religione o per l'etnia, la prossima volta che deciderete di perpetrare questa ignoranza, pensate alla mia faccia che ride di voi. Io ci metto la faccia perché non ho paura, voi siete solo vili bestie.
Concludo come sempre: Un bacino a chi mi ama, due a chi mi odia xoxo
Qui potete ascoltare la mia intervista:
https://www.capital.it/programmi/cactus-basta-poca-acqua/puntate/cactus-basta-poca-acqua-del-04-10-2018/

Mirela Kokallaj

Hai voglia parlare di integrazione. Cosa c’è di più di un immigrato che si trova un lavoro regolare in Italia dopo aver studiato, essersi diplomato e non aver nessuna pendenza di nessuna sorta? Sarebbe il massimo anche per quelli che stringono le maglie dell’immigrazione in nome di una sicurezza che sembra incentrata prevalentemente sul fenomeno della presenza degli stranieri. E invece, pare che non basti. Lo dimostra il caso di Nnenna Suberu, 25enne di Villafranca Veronese, laureata in Scienze e Sicurezza chimico-tossicologiche dell'Ambiente, alla facoltà di Scienze del Farmaco dell’Università di Milano. Ha trovato un nuovo lavoro in centro a Rovigo ma, mossasi per trovare un appartamento, nonostante abbia contattato tutte le principali agenzie immobiliari della città, nessuno le affitta casa perché «sono nigeriana, non mi vogliono», racconta affranta. Un incubo che non si è dissolto neanche quando ha cambiato destinazione, optando anche per paesi vicini, come Bosaro, o le frazioni, tipo Grignano: all'appuntamento per vedere l'appartamento in affitto, la risposta sbattuta in faccia è che siccome è nigeriana, non si fidano La vicenda che le sta costando parecchio economicamente, dato che è stata costretta a sistemarsi nei bed & breakfast di Rovigo. Senza contare che per risparmiare nel fine settimana, preferisce tornare a casa dei miei fratelli nel Veronese, con altra spesa extra di benzina nell’andare e tornare. Un salasso che supera di gran lunga il prezzo di un mese di affitto di un appartamento. Residente in Italia da 19 anni, Nnenna ha sempre vissuto con la mia famiglia e nessuno si è mai lamentato di loro, dato che «abbiamo sempre pagato gli affitti in tempo». Lanciamo l’appello affinché qualche proprietario possa venire incontro a questa esigenza che è un esempio positivo della tanto vituperata integrazione e che non desidera altro che lavorare onestamente e portare la sua mattonella allo sviluppo del paese che l’ha ospitata e che ha eletto come seconda patria. Si sente tanto dire «aiutiamoli a casa loro» ma intanto che ne dite di dare casa a Nnenna a Rovigo, disposta a pagarla regolarmente con un lavoro onesto, come ha sempre fatto la sua famiglia da due decenni? Aiutiamo Nnenna a casa… sua!

Altri articoli...

 

Advertisement