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Adozioni internazionali in calo, in un anno il 23% dei bimbi in meno

Procedure più severe o condizioni economiche migliori nei Paesi d’origine hanno frenato gli arrivi. Il report della Commissione Adozioni Internazionali

Roma – 16 aprile 2013 – Calano drasticamente le adozioni internazionali in Italia. Le casue? Alcuni Paesi d’origine hanno infatti rivisto in senso restrittivo le procedure, altri hanno migliorato la loro condizione. E dalle famiglie italiane arrivano meno domande, probabilmente perché c’è più informazione sulla difficoltà di questo percorso.

 Lo spiega il rapporto “Dati e prospettive nelle adozioni internazionali” appena pubblicato dalla Commissione per le Adozioni Internazionali, che analizza tutte le procedure portate a termine nel 2012 con il rilascio dell’autorizzazione all’ingresso del bambino in Italia.
Il dato più evidente e significativo delle adozioni internazionali realizza te nel 2012 è la loro consistente flessione rispetto agli anni precedenti. Fino a tutto il 2011, infatti, l’Italia è stato l’unico Paese d’accoglienza in controtendenza rispetto al generale e forte calo delle adozioni internazionali, registrato dal 2005 in poi in tutti gli altri Paesi. Nel 2010 e nel 2011 è stata addirittura superata la soglia delle 4.000 adozioni.

Dopo anni di questa costante crescita, nel 2012 i bambini stranieri entrati in Italia per adozione sono stati 3.106 e le famiglie adottive 2.469. Si è dunque verificata una flessione del 22,8% rispetto al 2011, considerando il numero di bambini adottati, e del 21,7% considerando il numero di famiglie adottive.

Il 47,8% delle coppie adottanti sono settentrionali, il 26,1% meridionali e un altro 26,1% delle regioni centrali. Anche in tema di coppie, la regione che ha registrato il maggior decremento e' la Lombardia (-100); seguono la Sicilia (-66), la Campania (-63), il Veneto (-58), l'Emilia Romagna (-56).

La maggiore motivazione all'adozione resta l'infertilita' (93,5% delle coppie nel 2012); una motivazione in forte aumento visto che nel 2011 era stato l'88,2%, nel 2010 l'85,1%, nel 2009 l'80,6%.

La Federazione Russa resta il paese da cui proviene il maggior numero di bambini (24,1%), seguono la Colombia (10%), il Brasile (7,5%), l'Etiopia (7,5%), l'Ucraina (7,2%). Si e' registrato un consistente aumento di bambini che giungono dall' Africa, passati dal 13,1% al 16,3%; mentre sono diminuiti dall' Asia, dal 15,3% al 10,6%, dall'America Latina, dal 26,9% al 25,3%. Si e' anche progressivamente ridotto il numero di minori provenienti dai paesi europei: dal 60,9% del 2001 a circa il 48% del 2012.

Il rapporto osserva che il calo di adozioni ha avuto cause ben precise,riconducibili soprattutto al rallentamento delle attività in alcuni specifici Paesi. Ad esempio la Colombia: nel 2012 le autorità colombiane hanno deciso di procedere alla revisione delle procedure dichiarative dello stato di abbandono, ciò che ha determinato il rallentamento delle conseguenti procedure di adozione, sia interne, sia internazionali. Essendo la Colombia il secondo Paese d’origine dei bambini adottati dalle famiglia italiane, la flessione rispetto al 2011 ha inciso fortemente sul totale delle adozioni internazionali, del 2012.

Le altre situazioni specifiche che hanno determinato la riduzione dei numeri complessivi riguardano: la Bielorussia, dove sono state quasi completamente esaurite le procedure bloccate tra il 2004 e il 2008 e riavviate nel 2009; il Vietnam, l’India e la Polonia, dove sono recentemente entrate in vigore nuove normative e procedure, ancora non completamente a regime.

Ciò detto, è verosimile che, nei prossimi anni, si consolidi una certa riduzione delle adozioni internazionali rispetto ai massimi raggiunti nel 2010 e 2011.

Ci sono infatti anche altri fenomeni in via di consolidamento. Lo sviluppo economico di molti Paesi d’origine, il progressivo miglioramento delle condizioni di vita e il rafforzamento degli interventi sociali, la possibilità, nuova in quei Paesi rispetto al passato, di individuare soluzioni interne (affidamenti intrafamiliari, adozioni nazionali) riducono il ricorso all’adozione internazionale come strumento di tutela dell’infanzia.

Si tratta di un’evoluzione fisiologica e prevedibile, sottolinea la Commissione, della quale l’Italia stessa è un esempio: negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, centinaia di bambini italiani furono adottati da famiglie statunitensi, tanto che negli anni dal 1963 al 1965 l’Italia era il secondo Paese d’origine sul totale delle adozioni internazionali realizzate dagli Stati Uniti. Trent’anni dopo, l’Italia era diventata uno tra i primi Paesi d’accoglienza, e tale resta oggi.

Ebbene, basta scorrere l’elenco dei Paesi d’origine dei bambini adottati nel 2012 dalle famiglie italiane per ritrovarvi menzionati Stati oggi riconosciuti come protagonisti nell’economia mondiale. A condizioni invariate, il futuro – più o meno prossimo – è già scritto.

Esistono poi fattori eterogenei, che nei Paesi d’origine influenzano talvolta imprevedibilmente le adozioni internazionali: ad esempio una latente insofferenza nei confronti di quella che viene percepita come una pratica obsoleta o addirittura come uno sfruttamento ai danni delle fasce della popolazione più deboli, economicamente e culturalmente; ancora, la risonanza mediatica di casi critici, che talvolta trascende il caso concreto.

Sul fronte italiano, da alcuni anni si constata il calo delle domande presentate ai tribunali per i minorenni dalle famiglie italiane per essere dichiarate idonee all’adozione internazionale. Il fenomeno, comune agli altri Paesi d’accoglienza, trova verosimilmente la sua causa nella diffusa informazione e la consapevolezza rispetto alla crescente complessità dell’adozione internazionale, non meno che nella crisi economica.

Tuttavia – si legge ancora nel rapporto – nuove collaborazioni si aprono e si rafforzano: cresce il numero delle adozioni realizzate dalle famiglie italiane nella Repubblica Popolare Cinese; la nuova normativa della Romania consente alle coppie rumene e italo-rumene residenti in Italia di avviare procedure adottive nel loro Paese d’origine; dopo la recente missione in Italia dei rappresentanti dell’Autorità centrale di Haiti, si profila la possibilità di operare anche in questo Paese.

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