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Amnesty: “L’Ue mette a rischio vite e diritti di migranti e rifugiati”

L’organizzazione umanitaria denuncia le politiche europee di controllo delle frontiere. Rapporto “Il costo umano della Fortezza Europa”

Roma – 10 luglio 2014 – "Le tragedie umane che si svolgono ogni giorno ai confini dell’Europa non sono ne’ inevitabili, ne’ fuori dal controllo dell'Ue. Molte sono ad opera dell’Ue. Gli stati membri dell'Unione europea devono, finalmente, cominciare a mettere le persone prima delle frontiere".

È il commento di John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. L’organizzazione umanitaria ha presentato ieri il rapporto “Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d'Europa” che denuncia come, nella loro determinazione a isolare le proprie frontiere, l'Ue e gli stati membri stanno mettendo a rischio la vita e i diritti dei rifugiati e dei migranti.

Tra il 2007 e il 2013 l’Ue ha speso quasi 2 miliardi di euro per proteggere le sue frontiere esterne (recinzioni, sistemi di sorveglianza sofisticati e pattugliamenti), ma solo 700 milioni di euro per il miglioramento della situazione di richiedenti asilo e rifugiati. Inoltre, l’Europa sta chiedendo a paesi come la Turchia, il Marocco e la Libia di fermare i flussi, ma intanto chiude un occhio sulle violazioni dei diritti umani che migranti e rifugiati soffrono in questi paesi.

"I paesi dell'Ue praticamente stanno pagando i paesi confinanti per sorvegliare i confini al posto loro. Il problema e’ che molti di questi paesi sono spesso incapaci di garantire i diritti dei rifugiati e dei migranti che restano intrappolati li’. Molti diventano poveri, vengono sfruttati e vessati e non possono accedere all’asilo" sottolinea John Dalhuisen.

"Gli stati membri dell’Ue non possono liberarsi dei propri obblighi sui diritti umani nei confronti di coloro che cercano di entrare nel loro territorio esternalizzando il controllo sull’immigrazione a paesi terzi. Bisogna fermare questa cooperazione".

Amnesty International ha documentato anche respingimenti dagli agenti di frontiera in Bulgaria e, in particolare, in Grecia, dove la pratica e’ diffusa. I respingimenti, sottolinea il rapporto,  sono illegali, negare alle persone il diritto di chiedere asilo, generalmente include violenza e, a volte, mette persino in pericolo di vita.

Il rapporto cita poi il caso dell’enclave spagnola di Ceuta, in Marocco, dove a febbraio del 2014 la Guardia Civile spagnola ha aperto il fuoco con proiettili di gomma, cartucce a salve e gas lacrimogeni contro circa 250 migranti e rifugiati che cercavano di arrivare a nuoto, facendo quattordici vittime. Ventitre’ persone che sono riuscite a raggiungere la spiaggia sono state immediatamente respinte, apparentemente senza accesso a qualsiasi procedura formale di asilo.

"Secondo l'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, ci sono piu’ persone sfollate oggi che in qualsiasi momento dopo la fine della seconda guerra mondiale. Incredibilmente, la risposta dell'Ue a questa crisi umanitaria e’ stata quella di aggravare la situazione” denuncia Dalhuisen.

"Quasi la meta’ di coloro che cercano di entrare nell'Ue irregolarmente sono in fuga da conflitti o persecuzioni in paesi come la Siria, l’Afghanistan, la Somalia e l’Eritrea. I rifugiati devono essere dotati di maggiori possibilita’ di entrare nell'Ue in modo sicuro e legale affinche’ non siano costretti a intraprendere viaggi pericolosi, in prima istanza".

Intanto, ogni anno centinaia di persone muoiono nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le sponde dell’Europa. L’operazione Mare Nostrum avviata dall’Italia ha già salvato 50 mila persone, ma non è sufficiente. 

"La responsabilita’ per la morte di coloro che cercano di raggiungere l'Ue e’ una responsabilita’ collettiva. Altri stati membri dell'Ue possono e devono seguire l'esempio dell’Italia e impedire alla gente di annegare in mare rafforzando gli sforzi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e nell'Egeo", ha affermato John Dalhuisen.
 

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