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“Fermati e rimandati in Sudan, senza farci chiedere asilo”

La testimonianza di Mohammed, scampato al maxi rimpatrio del 24 agosto solo perchè non c’era posto sull’aereo. “Due venivano da Darfur come me, ora sono in carcere in Sudan”

 

Roma – 27 settembre 2016 – Mohammed è un rifugiato. L’8 settembre scorso, la Commissione Territoriale per l’asilo di Torino gli ha riconosciuto la protezione internazionale. Questo ventenne in fuga dal Darfur  rischiava di morire, perseguitato dalle forze del presidente sudanese Al Bashir, già condannato e ricercato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. 

La sua buona stella lo ha salvato mentre lasciava la sua casa, arrivava in Libia, attraversava il Mediterraneo su un barcone e sbarcava in Sardegna. Ma anche quando il 24 agosto scorso a Torino sono finiti i posti sull’aereo per Khartoum su cui la polizia italiana lo voleva far salire. Lui è rimasto a terra e ha chiesto asilo, altre 48 persone hanno preso il volo, riportate con la forza nello stesso Paese e nelle mani dello stesso regime dal quale erano fuggite. 

La testimonianza di Mohammed, raccolta dal suo avvocato Nicoletta Masuelli e resa nota oggi dal Tavolo Asilo, accende un lume inquietante in una vicenda che è ancora per molti versi oscura e che nasce dal memorandum di intesa firmato all’inizio di agosto dal capo della polizia Franco Gabrielli e dal suo omologo sudanese Hashim Osman Al Hussein. Quell’accordo, ancora segreto, parla di collaborazione nella lotta all’immigrazione irregolare, quindi anche della disponibilità del governo sudanese a facilitare i rimpatri forzati dall’Italia dei suoi concittadini.

Il 24 agosto c’è stato il primo maxi rimpatrio. Secondo il ministero dell’Interno, si è trattato di una normale operazione di polizia nell’ambito dell’accordo, che ha riportato in patria 48 sudanesi arrivati in Italia irregolarmente e che non avevano espresso la volontà di chiedere asilo in Italia. Mohammed racconta però un’altra storia

Dice infatti che si trovava a Ventimiglia con molti altri sudanesi, ospite in un Centro della Croce Rossa, ma che un giorno mentre era per strada è stato fermato insieme a una cinquantina di connazionali e portato in una stazione di Polizia. Da lì sono stati caricati su due pullman che li hanno portati prima da Ventimiglia a Taranto, forse nell’hotspot, dove sono rimasti in una tenda per tre giorni, poi da Taranto a Milano e infine a Torino. Otto giorni durante i quali sono stati privati della libertà e controllati dalla Polizia. 

Mohammed dice che a Taranto hanno incontrato un’interprete, che però “parlava una lingua a noi sconosciuta”, “nessuno ci ha avvertito della possibilità di chiedere asilo”.  Poi stati costretti a firmare dei fogli, verosimilmente la loro espulsione. “Questi fogli sono stati fatti firmare ad una decina di ragazzi, che io ho visto essere stati costretti a forza con dei pugni, per cui, quando è stato il mio turno e vista la situazione, ho firmato senza opporre una resistenza che sarebbe stata inutile, ma non ho capito nulla di quello che c’era scritto sul foglio”. 

Una volta a Milano (“credo, perché non conosco bene l’Italia”) hanno incontrato un rappresentante consolare sudanese, “ad ognuno di noi ha chiesto se fossimo sudanesi e di quale regione”. Arrivano infine il 24 agosto all’ all’aeroporto di Torino, dove “sono stati rimpatriati tutti i ragazzi sudanesi, tranne me ed altri sei. Noi non siamo stati rimpatriati  perché non c’erano più sedili liberi”. 

Chiuso nel Cie di corso Brunelleschi a Torino, Mohammed ha saputo da altri trattenuti della possibilità di presentare domanda di asilo. Durante l’audizione davanti alla Commissione Territoriale, sottolinea l’avvocato Masuelli, “il ragazzo ha rappresentato, piangendo, il preciso rischio di poter essere ammazzato in caso di rimpatrio ed è pertanto impensabile che, se correttamente informato, non avrebbe manifestato immediatamente la volontà di richiedere la protezione”.

Mohammed ha ottenuto l’asilo e si è salvato, ma gli altri? “Tra le persone rimpatriate – spiega – alcune erano della mia stessa regione, il Darfur, e ora so che due di loro sono in carcere in Sudan. Sono molto preoccupato per la sorte degli altri ragazzi”. 

EP

 

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