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Arrivi nel Mediterraneo, il rebus dei migranti economici

Mezzo milione gli arrivi in Italia negli ultimi tre anni, 4220 i morti o dispersi. Alto il numero di dinieghi delle richieste di primo asilo (63%), altissimo il numero di stranieri irregolari che finiscono nell’economia sommersa provocando estesi fenomeni di dumping. Serve una revisione del regolamento di Dublino, corridoi umanitari ed accordi di sviluppo con i Paesi di provenienza e transito dei migranti

 

Sbarchi

 Tra gennaio ed ottobre di quest’anno gli arrivi registrati in Italia sono stati quasi 159.315, contro la cifra di 140.987 registrati nei primi dieci mesi del 2015 (+13%). Tendenza opposta per quanto riguarda la Grecia (a causa dell’accordo UE – Turchia) dove assistiamo ad un crollo degli arrivi che sono stati – tra gennaio ed ottobre 2016 – 169.794, contro i 596.732 dello stesso periodo nel 2015 (-251,4%).  

I migranti deceduti nel tentativo di arrivare in Europa sono stati 2.925 nei primi 10 mesi del 2015 e 4220 tra gennaio ed ottobre di quest’anno. Nel complesso il 2015 aveva visto arrivi complessivi in Europa per 1.015.078 tra profughi e migranti, con 3771 morti, arrivi in Grecia di quasi 857 mila persone ed in Italia di 153.842. Le previsioni sul volume di arrivi entro fine anno nel nostro Paese sono per una quota superiore a 200 mila. Le informazioni  vengono da un rapporto del Consiglio Italiano per i rifugiati, elaborato su dati di UNHCR e Viminale. 

Minori stranieri non accompagnati (MSNA)

Al 7 ottobre 2016, i minori stranieri non accompagnati registrati dalle autorità sono stati 19.429, contro i 12.360 di tutto il 2015 (+57, 19 %). I dati sono stati forniti dal Ministero dell’Interno. Il 16% dei rifugiati che arrivano in Italia sono  MSNA, si cui il 14% donne. 

Composizione negli arrivi e diritto all’asilo

La maggior parte dei migranti e profughi che sbarcano provengono da Nigeria (21%), Eritrea (12%), Sudan,  Gambia e Costa D’Avorio  (7%), Guinea (6%) Somalia , Mali e Senegal (5%).  Il numero di rifugiati presenti in Italia nel 2015 è di 118.047. Le richieste di (primo) silo – da inizio 2014 ad agosto  2016-  superano quota 219.370.  

Il problema è che solo una parte degli arrivi sono davvero titolati a fare richiesta d’asilo o protezione internazionale: certo lo sono persone provenienti da Paesi come l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq, Eritrea e Somalia; ed in parte anche da Nigeria e Sudan. Per gli altri arrivi si tratta soprattutto di migranti economici. Apparentemente (considerando l’area di partenza, meno del 15% degli arrivati sulle coste italiane avrebbero davvero diritto ad essere riconosciuti come profughi, mentre per gli altri si tratta di migrazione prevalentemente di natura economica.  

Va comunque ricordato che ogni richiesta deve avere una valutazione individuale: gente che viene dalla Nigeria, ad esempio, può essere stata perseguitata dai terroristi di Boko Haram; mentre il Sudan è stato per anni interessato da guerra civile. Nondimeno il numero dei dinieghi appare crescente. Non a caso, per le 68.337 richieste di (primo) asilo esaminate in Italia entro fine settembre 2016 (a cui può seguire il ricorso, eventualmente), solo 3.589 sono state riconosciute tra la categoria dei rifugiati. Altri  21.637 richiedenti hanno avuto riconosciuta una forma di protezione internazionale; ma i dinieghi sono stati 43.131 (63% del totale). 

Il problema è che un po’ tutti gli sbarcati avanzano la richiesta di asilo, in quanto tra primo esame e ricorso passano circa due anni, periodo nel quale chi ha fatto domanda può cercare lavoro (il permesso viene dato dopo due mesi).  Una parte non piccola di loro però finirà con un decreto di espulsione a cui (in genere) non ottempererà, finendo per ingrossare le fila del lavoro sommerso. 

Si pone dunque il problema di che fare con le crescenti file di migranti economici irregolari. Gli arrivi via mare nelle nostre coste negli ultimi tre anni sono state di mezzo milione di persone, di cui riconosciuti profughi meno di 150 mila. Il che significa che i restanti 350 mila (meno i pochi che sono riusciti a lasciare il nostro Paese) hanno ingrossato le file degli irregolari e del lavoro nero. Le stime sugli irregolari nel complesso in Italia, provenienti da paesi terzi, potrebbe superare oggi quota mezzo milione, in gran parte impiegati nell’economia sommersa, con un effetto di “dumping lavorativo e sociale” disastroso.

Inoltre è matematicamente impossibile pensare di espellerli tutti: ogni procedura deve avere carattere individuale, ha dei costi, e necessita un accordo di riammissione con il Paese d’origine. Dunque le autorità si limitano spesso ad un provvedimento di espulsione, lasciando l’espulso a decidere cosa fare. Vengono usati anche buoni strumenti come i programmi di ritorno volontario assistito (con scarsissimi risultati, però).

 Il dramma italiano (e greco)

La decisione UE di sospendere Schengen e quella di alcuni Stati Membri UE di erigere muri, ha portato Paesi come Grecia ed Italia (e un po’ Spagna e  Francia) a diventare veri “colli di bottiglia” dei flussi, con una crescita esponenziale di migranti irregolari e richiedenti protezione. Il regolamento di Dublino obbliga a registrare i profughi nel Paese di primo approdo. Anche se la domanda di protezione verrà accolta, il rifugiato dovrà vivere nel  Paese in cui è stato registrato. Proprio per questo gli hotspot sono stati creati.  L’Unione Europea ha cercato di rimediare a questa situazione di stallo attraverso i reinsediamenti, con scarsissimi risultati: al 13 ottobre scorso le persone reinsediate sono nel complesso risultate  6061 contro le 160 mila decise dal Consiglio Europeo nel giugno 2015. Dall’Italia i ricollocati sono stati 1.345 (dati UNHCR) . E questo a causa del rifiuto da parte di diversi Stati Membri a dare ospitalità ai rifugiati. E’ da far notare che la Turchia da sola ospita 2,7 milioni di rifugiati siriani, il Libano oltre un milione, la Giordania 656 mila, Iraq 250 mila ed Egitto 115 mila. 

Che fare?

Non c ‘è dubbio che si pone per l’Italia, ma soprattutto per l’Europa, una urgente necessità di governance dei processi migratori. La decisione deve essere politica, sia sui profughi, sia sui migranti economici, visti i numeri crescenti dei flussi, a causa della guerra in Medio Oriente, ma anche la povertà e sottosviluppo, piaghe endemiche in alcune zone di Africa e Asia.

Per i profughi si tratta di riformare il regolamento di Dublino nella direzione di un a maggiore solidarietà e corresponsabilità nella gestione dei flussi in arrivo. Per evitare i morti in mare e combattere il grave fenomeno della tratta sarebbe necessaria l’apertura di  corridoi umanitari. Per quanto riguarda la migrazione economica, va pensata ad una strategia mirata all’aiuto allo sviluppo proprio in quelle aree di provenienza delle migrazioni, con accordi da realizzare con i Paesi d’origine per alleviare i divari economici con l’Europa e la povertà di quelle aree. In cambio si dovrebbe chiedere maggior controllo delle emigrazioni, da parte dei Governi di quegli stessi Paesi. Il modello dovrebbe essere simile al “migration compact”, proposto dal Governo italiano, avendo cura però di pretendere dai governi con cui si giunge ad un accordo, l’estremo rispetto dei diritti umani della persona.

Beppe Casucci

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