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Assegno di disoccupazione impossibile per 300 mila colf, badanti e babysitter 

Per la Naspi l’Inps chiede almeno 24 ore di lavoro settimanali. Un terzo dei domestici non ci arriva. Acli Colf: “Una discriminazione”

 

Roma – 20 ottobre 2015 – L’assegno di disoccupazione ora si chiama Naspi e dura più di prima, fino a due anni. Peccato che molte colf badanti e babysitter che perdono il lavoro in Italia non lo prenderanno. Così una delle categorie professionali più deboli, composta per lo più da immigrate, si trova ad essere ancora meno tutelata. 

È stato il Jobs Act, cioè la più recente riforma del Lavoro, ad introdurre dal primo maggio scorso la Nuova Assicurazione Sociale Per l’Impiego. Per percepirla bisogna essere stati licenziati, aver versato almeno 13 settimane di contributi negli ultimi 4 anni e aver lavorato per almeno 30 giorni nei dodici mesi precedenti la perdita del lavoro. 

Per i lavoratori domestici non è però facile verificare il requisito dei 30 giorni. I datori di lavoro comunicano infatti all’Inps solo le ore lavorate ogni settimana, senza specificare come sono state distribuite dal lunedì alla domenica. 

Per aggirare l’ostacolo, l’Inps, che paga la disoccupazione, ha deciso di introdurre per i lavoratori domestici un requisito diverso, legato alle ore. In particolare, spiega una circolare diffusa a fine luglio, potrà accedere alla Naspi solo chi, nei dodici mesi precedenti il licenziamento, ha lavorato almeno “per 5 settimane con un minimo di ore lavorate per ciascuna settimana pari a 24 ore”. 

Il problema è che sono sempre i dati dell’Inps a dire che su circa 900 mila lavoratori domestici che versano i contributi, circa 300 mila lavorano meno di 24 ore a settimana. Per un terzo di colf, badanti e babysitter, quindi, l’assegno di disoccupazione è diventato un miraggio: se perdono il lavoro non prenderanno neanche un euro, nonostante i contributi versati. 

“Il requisito delle 24 ore settimanali è discriminatorio, penalizza i lavoratori domestici rispetto agli altri lavoratori. Vengono considerati di serie B, nonostante anche la Convenzione ILO ratificata dall’Italia sancisca la parità di trattamento” dice a Stranieriinitalia.it Raffaella Maioni, responsabile nazionale di Acli Colf. 

Tra l’altro l’interpretazione data dall’Inps, segnala l’associazione, colpisce i lavoratori domestici che lavorano part-time, anche se hanno molti anni di anzianità, favorendo invece quelli che hanno lavorato solo nell’ultimo periodo. Soprattutto, non tiene conto che il lavoro domestico in Italia è uno dei settori in cui pesa maggiormente il sommerso.

“Molte collaboratrici domestiche che risultano impiegate per meno di 24 ore a settimana in realtà lavorano di più. Il problema – spiega Maioni – è che in questo momento di difficoltà economiche tante famiglie dichiarano meno ore per risparmiare sui contributi, altre non ne dichiarano neanche una, facendo lavorare completamente in nero”. 

Elvio Pasca

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