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Cittadinanza. I giudici: “Ritardi ingiustificabili, due anni devono bastare”

109 aspiranti cittadini, insieme a Inca, Cgil e Federconsumatori, vincono la class action contro il Ministero dell'Interno sui tempi di  trattazione delle domande. Piccinini: “300 mila in attesa, eterni immigrati o nuovi cittadini?”

Roma – 4 marzo 2014 –  La legge dà al ministero dell’Interno ben due anni di tempo, 730 giorni, per concludere il procedimento di rilascio della cittadinanza italiana dal momento in cui un immigrato presenta la domanda. È un termine abbastanza lungo da rendere “ingiustificabile ogni ritardo” nel completamento della procedura.

Finora lo diceva il buon senso, ora, speriamo con più efficacia, lo ha ribadito anche il Tar del Lazio.

I giudici hanno accolto la class action contro i ritardi presentata due anni fa da 109 aspiranti cittadini insieme a Cgil, Inca e Federconsumatori. In una sentenza depositata pochi giorni fa, hanno condannato il Ministero “a porre rimedio a tale situazione” entro un anno, seppur, clausola inevitabile per le azioni collettive contro la pubblica amministrazione, “nei limiti delle risorse strumentali , finanziarie e umane” a sua disposizione.

Si tratta di una class action alla quale avrebbe potuto aderire la stragrande maggioranza degli stranieri che vogliono diventare italiani. Altro che 730 giorni: il più delle volte la risposta arriva dopo tre, quattro, cinque anni. E intanto, denunciano i ricorrenti, gli uffici chiedono “documenti non necessari”, oppure la “versione aggiornata dei documenti già presentati” che però intanto sono scaduti proprio a causa dei loro ritardi.

Come se non bastasse, dal 2009, grazie alla famigerata legge sulla sicurezza, presentare la domanda di cittadinanza costa duecento euro. Una tassa che secondo la stessa legge servirebbe anche “alla copertura degli oneri connessi alle attività istruttorie”. In teoria: pago profumatamente per avere un servizio migliore. In pratica: pago profumatamente, ma il servizio è pessimo. “Che fine fanno davvero quei soldi?” chiede Claudio Piccinini, coordinatore degli uffici immigrazione dell’Inca.

Il ricorso aveva anche una parte “costruttiva”, nella quale Cgil, Inca e Federconsumatori hanno chiesto al giudice di ordinare al ministero un monitoraggio su procedimenti, tempi e utilizzo delle risorse e di mettere in campo una serie di interventi per migliorare la situazione. I giudici però non hanno accolto questa parte perché sarebbe stata un’invasione di campo: al di là di quello che dice la legge, non possono “insegnare il mestiere” al Viminale.

Le proposte dei ricorrenti rimangono comunque valide. Per esempio:  passare a una trattazione “in parallelo” delle pratiche, informatizzare le comunicazioni tra amministrazioni, non chiedere documenti inutili o aggiornamenti di quelli scaduti a causa dei ritardi, usare i soldi pagati dai richiedenti per smaltire l’arretrato, spostare sulle pratiche di cittadinanza personale di uffici che non hanno criticità.

“Anche senza una riforma della legge vigente, che pure auspichiamo, con un uso corretto delle risorse disponibili e una disponibilità del ministero a rivedere le procedure si possono e si devono ridurre i tempi di concessione della cittadinanza. È un passo indispensabile, se non vogliamo considerare eternamente immigrati tutti quelli che invece sono nuovi cittadini. Ci sono 300 mila persone in attesa, non possiamo continuare a calpestare i loro diritti” dice Piccinini a Stranieriinitalia.it.

Stavolta questi “eterni immigrati”, insieme, sono riusciti a far valere le loro ragioni, scritte in una legge che il ministero dell’Interno deve rispettare. Naturalmente Piccinini è soddisfatto: “È stato affermato, anche inaspettatamente, il valore che può avere una class action contro la pubblica amministrazione”, ma la battaglia continua: “Ora bisogna davvero tagliare i tempi. Da parte nostra c’è tutta la disponibilità a confrontarci con il Viminale per migliorare la situazione”.

Elvio Pasca

Scarica la sentenza del Tar del Lazio
 

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