in

Migranti e profughi, missione del Cese in Italia per parlare con sindacati e associazioni

Una delegazione del Comitato economico e sociale europeo a Milano e Roma per conoscere prassi, politiche e problemi.  Ne uscirà un rapporto per la Commissione Europea

 

Roma – 20 gennaio 2016 –  “Una missione di due giorni in Italia per toccare con mano i problemi, i bisogni e le sfide con i quali si confronta quotidianamente la società civile nel gestire la crisi dei rifugiati”. È questa la motivazione ufficiale che ha animato una missione di due giorni in Italia (il 18 e 19 gennaio) del Comitato economico e sociale europeo. Il CESE è un organo consultivo dell’UE che comprende rappresentanti delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e di altri gruppi d’interesse.  In qualche modo rappresenta a livello europeo gli interessi delle organizzazioni della società civile.   

Il viaggio in Italia è avvenuto a conclusione di una missione di monitoraggio che ha portato il CESE a visitare altri 10 Paesi Europei.

A far parte della delegazione, che si è recata prima a Milano e poi a Roma, c’erano tre membri dell’organismo:  l’italiano Antonio Longo, Presidente del Movimento Difesa del Cittadino, l’avvocato spagnolo José Antonio Moreno Diaz, specializzato in diritti dell’uomo, e la ceca Vladimíra Drbalová, vicedirettrice dell’Ufficio relazioni internazionali e con l’Ue della Confederazione dell’industria della Repubblica ceca. 

“La missione si è concentrata in particolare sull’osservazione delle pratiche e delle politiche che contribuiscono a un processo fluido di accoglienza, ricollocamento e integrazione dei rifugiati”, ha scritto il Cese in una nota.

Lunedì scorso la delegazione ha visitato la città di Milano incontrando, tra gli altri,   segretari regionali di CGIL,CISL UIL e Lombardia Daniele Gazzoli – Giuseppe Saronni – Clara Lazzarini, i quali hanno illustrato i loro progetti a livello territoriale relativi all’accesso e all’integrazione degli immigrati nel mercato del lavoro, e con ONG attive nel campo (ACLI, ARCI, Save the Children). 

Ieri, 19 gennaio, la delegazione ha incontrato a Roma  prima dirigenti dell’UNHCR e – successivamente – Marco Peronaci e Mario Morcone, rispettivamente consigliere diplomatico sull’immigrazione del ministro Angelino Alfano e capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero degli Interni. Nel corso di quell’incontri è emersa la forte preoccupazione del Governo sulle difficoltà a livello UE di gestire l’emergenza rifugiati ed il rischio di una sospensione a catena – da parte di vari Stati Membri – del Trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone: un sintomo preoccupante delle difficoltà dell’Unione ad agire come tale in materia di rifugiati, assieme al rifiuto di molti Stati dell’Est Europa ad accettare profughi e la  scelta della chiusura dei confini nazionali di fronte al crescere della pressione migratoria.

Nel pomeriggio, presso la sede italiana dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, si sono tenute due riunioni: la prima con i segretari  confederali di Cgil (Vera Lamonica), UIL (Guglielmo Loy) e la responsabile immigrazione della Cisl Liliana Ocmin. Il secondo confronto della delegazione è stato con quattro associazioni componenti il Tavolo asilo: CIR, Migrantes, Centro Astalli ed ACLI.

L’obiettivo era quello di tracciare un quadro della situazione nel centro Italia e confrontarsi con alcuni dei protagonisti della risposta all’emergenza rifugiati

La delegazione ha rivolto ai presenti 4 domande:

1) Qual’è l’impatto dell’aumento dei flussi sul mondo del lavoro, anche in termini di dumping lavorativo e sociale;

2) Quale sia il trattamento riservato ai profughi negli hotspot attualmente operanti in Italia (se è vero che molti vengono discriminati solo su base della propria provenienza, e siano stati oggetto di respingimenti differiti);

3) Quale sia la posizione sindacale in merito alla distinzione di trattamento da riservare ai rifugiati rispetto ai migranti economici;

4) Infine: quale sia la percezione dell’opinione pubblica di fronte alla crisi umanitaria ed alla chiusura dello spazio Schengen.

In buona parte ha risposto a queste domande Guglielmo Loy, Segr. Confederale UIL, poi confortato dagli interventi dei colleghi di Cgil e Cisl.

Loy ha rilevato come l’impatto sul mondo del lavoro sia stato causato non da i migranti, ma dalla  crisi economica – che dura ormai dal 2008 –  e che ha colpito sia italiani che stranieri e che ha portato molti di questi ultimi a lasciare il paese o a perdere il permesso di soggiorno scivolando nell’economia sommersa, con gravi conseguenze anche in termini di sfruttamento. Per quanto riguarda i rifugiati, anche molti di loro sono stati costretti ad accettare il lavoro nero, ma la maggior parte (104 mila) sono ancora ospiti delle strutture di accoglienza o hanno lasciato il Paese. 

Per quanto riguarda l’opinione pubblica, purtroppo la crisi economica e le campagne mediatiche hanno portato ad un aumento della preoccupazione tra gli italiani, anche se sostanzialmente non sono aumentati sentimenti xenofobi nei confronti di migranti e rifugiati.

Sulla distinzione tra migranti economici e rifugiati, i rappresentanti sindacali hanno fatto rilevare come chi richiede asilo abbia certamente diritto ad una valutazione della propria condizione individuale e non debba essere discriminato solo sulla base del Paese di provenienza. Per quanto riguarda i migranti economici il numero è talmente alto che non bastano le norme attualmente in vigore per gestire una situazione tanto complessa. Da qui anche la richiesta della Confederazione europea dei sindacati di applicare la direttiva 2001755/CE con la concessione di un permesso umanitario temporaneo.

Sull’ultimo aspetto (hotspot) ha risposto Christopher Hein, portavoce del CIR precisando che in Italia non vi è alcuna emergenza umanitaria (a differenza che in Grecia): le persone che arrivano via mare sono in maggioranza migranti africani ed il loro aumento è stato davvero esponenziale.

Per quanto riguarda quanto accade nei CIE o negli hotspot in Sicilia, sarebbero molti i casi di “profiling” (schedatura su base di provenienza) e respingimenti differiti accaduti all’interno di queste strutture. “Spesso – ha riportato Hein – sono stati discriminati i migranti provenienti dall’Africa ai quali è stato praticamente impedito di attivare le procedure di richieste di asilo o protezione internazionale”. Medici senza frontiere, inoltre, ha pubblicato un rapporto in cui si parla di centinaia di casi di discriminazione e di persone abbandonate a se stesse senza un minimo  di assistenza, spesso prede facili dei caporali o della criminalità organizzata.

La delegazione del CESE ha assicurato che i risultati del rapporto verranno consegnati alla Commissione europea e verranno resi pubblici.

Giuseppe Casucci
Coordinatore nazionale del Dipartimento Politiche Migratorie della UIL.

Condividi su:

Colf, badanti e babysitter. Fissati i nuovi stipendi minimi per il 2016

Emergenza profughi, la “buona accoglienza” che l’Italia dovrebbe imitare