Roma, 20 aprile 2026 – C’è chi aspetta mesi. Chi anni. E chi, alla fine, rinuncia. Il percorso per entrare regolarmente in Italia per lavoro, sulla carta definito e regolato dal decreto flussi, nella realtà assomiglia sempre più a un viaggio a ostacoli, dove il punto di arrivo non è garantito e spesso dipende semplicemente da dove si presenta la domanda.
A raccontarlo è la campagna Ero straniero, che ha analizzato i dati aggiornati a fine 2025. Il risultato è una fotografia netta: il sistema non solo funziona poco, ma funziona in modo profondamente diseguale.
Su quasi 147 mila ingressi programmati, meno di 25 mila persone sono riuscite ad arrivare fino in fondo, ottenendo un permesso di soggiorno. Significa che più di otto richieste su dieci si perdono lungo il percorso, tra attese, ritardi e pratiche che non si concludono.
Ma è guardando i territori che la realtà diventa ancora più evidente. Non esiste un unico sistema: ne esistono molti, diversi tra loro. In alcune prefetture le pratiche si chiudono, in altre si accumulano. Alcuni uffici riescono a trasformare le domande in contratti e permessi, altri restano paralizzati.
Basta spostarsi tra tre grandi città per capire quanto il destino di una domanda possa cambiare. A Roma, a fronte di decine di migliaia di richieste, i permessi rilasciati si contano a malapena in decine. A Napoli la sproporzione è ancora più evidente: oltre centomila domande e poche centinaia di esiti positivi. Milano, con numeri simili, riesce invece a chiudere molte più pratiche. Non è una questione di regole, che sono identiche per tutti, ma di come queste regole vengono applicate.
È qui che prende forma quella che viene definita una “lotteria amministrativa”. Due lavoratori, con le stesse condizioni, possono avere esiti completamente diversi solo perché la loro pratica passa da uffici differenti.
Il paradosso emerge anche all’interno della stessa regione. Nel Lazio, Roma raccoglie quasi metà delle domande ma produce una minima parte dei permessi. Latina, invece, con meno richieste, diventa il principale punto di arrivo delle pratiche concluse. Una differenza che si spiega anche con il peso del lavoro stagionale, più semplice da gestire, ma che non cambia la sostanza: il sistema non è equilibrato.
Nel frattempo, il tempo scorre. E con il tempo cresce il rischio che chi resta bloccato cada in situazioni di irregolarità o sfruttamento. Perché quando il canale legale non funziona, le alternative non sempre sono trasparenti.
Dietro questi numeri ci sono cause ben note. Uffici sotto organico, procedure complesse, passaggi che si moltiplicano invece di semplificarsi. In alcuni casi, anche il coinvolgimento di intermediari privati nelle pratiche all’estero rende il percorso ancora più fragile e meno controllabile.
Eppure, la richiesta di lavoro c’è. Le quote vengono programmate proprio per rispondere a un bisogno reale del mercato. Ma tra ciò che viene previsto e ciò che si realizza si apre un divario enorme, fatto di inefficienze e ritardi.
Per questo, secondo la campagna, non basta intervenire in modo marginale. Serve una revisione profonda: più personale negli uffici, procedure digitalizzate, meno passaggi intermedi e, soprattutto, un sistema più flessibile che accompagni davvero l’ingresso dei lavoratori invece di ostacolarlo.
Oggi, invece, la sensazione è che il decreto flussi non sia una porta, ma un filtro. E che per molti, più che un’opportunità, resti un percorso che si interrompe prima ancora di iniziare davvero.


