Secondo gli inquirenti, cittadini stranieri venivano reclutati soprattutto in Marocco con la promessa di un impiego in Italia. Una volta arrivati, però, avrebbero scoperto che i posti di lavoro erano inesistenti.
Roma, 1 ottobre 2026 – Diecimila euro per la promessa di un lavoro, i documenti necessari all’ingresso in Italia e la prospettiva di ottenere successivamente un permesso di soggiorno. È il sistema che, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe stato messo in piedi nel Grossetano da un imprenditore di 64 anni e dalla moglie, 49enne di origini marocchine.
Nei confronti della coppia è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Grosseto su richiesta della Procura. L’accusa è di concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pluriaggravato.
Le indagini, condotte dal Gruppo della Guardia di Finanza di Grosseto insieme alla Sezione di Polizia giudiziaria dei Carabinieri, erano partite dalle denunce presentate nel 2024 da alcuni cittadini stranieri. Dalle verifiche sarebbe emerso un vero e proprio “tariffario” destinato soprattutto a persone reclutate direttamente in Marocco.
Secondo gli investigatori, per ottenere la promessa di assunzione presso un’azienda riconducibile agli arrestati e la documentazione utile per entrare regolarmente in Italia veniva richiesto il pagamento di circa 10mila euro a persona. Una somma considerevole, versata confidando nella possibilità di iniziare una nuova vita attraverso un percorso di immigrazione regolare.
All’arrivo in Italia, tuttavia, la situazione sarebbe stata molto diversa da quella prospettata. Gli impieghi promessi sarebbero infatti risultati fittizi e i cittadini stranieri, rimasti senza lavoro, avrebbero dovuto trovare autonomamente il modo di mantenersi.
A rendere ancora più pesante la situazione, secondo la ricostruzione investigativa, c’era anche il problema dell’alloggio. Le persone coinvolte sarebbero state sistemate in abitazioni messe a disposizione dagli stessi indagati, pagando circa 250 euro al mese.
Il meccanismo non si sarebbe fermato qui. Con l’avvicinarsi della scadenza dei visti e il rischio di perdere la regolarità del soggiorno, alle vittime sarebbero stati chiesti altri pagamenti in contanti, fino a 1.000 euro, in cambio di buste paga fittizie che avrebbero dovuto consentire loro di dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro e tentare di ottenere il rinnovo del titolo di soggiorno.
Senza il lavoro per il quale avevano pagato e con nuove spese da sostenere, diversi migranti sarebbero così finiti a svolgere lavori occasionali e in nero per riuscire a sopravvivere e far fronte alle ulteriori richieste economiche.
L’indagine mette in luce un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe sfruttato proprio le procedure previste per l’ingresso regolare dei lavoratori stranieri, trasformando la speranza di ottenere un impiego e un titolo di soggiorno in un meccanismo di guadagno illecito.


