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Il Patto migratorio europeo alla prova del 2026: rimpatri, cooperazione e un mondo in fiamme

Roma, 20 gennaio 2026 – Il 2026 sarà l’anno della verità per la politica migratoria dell’Unione europea. Dopo anni di stalli, divisioni politiche e compromessi difficili, il nuovo Patto su migrazione e asilo entra finalmente nella sua fase più delicata: l’attuazione concreta. È qui che si misurerà la reale capacità dell’Europa di trasformare i principi in risultati.

A indicare la rotta è Susanne Raab, nuova direttrice generale dell’International Centre for Migration Policy Development (ICMPD), uno dei principali centri di competenza europei in materia. I numeri, spiega Raab in un’intervista all’ANSA, segnano un cambio di fase: gli arrivi irregolari sono diminuiti di circa il 30%, mentre le domande di asilo hanno registrato un calo di circa il 20% rispetto all’anno precedente. Dati significativi, che però non vanno interpretati come un traguardo definitivo. Al contrario, è proprio quando le cifre scendono che, avverte Raab, “l’Europa non deve rallentare”.

Il contesto globale impone prudenza. Il mondo attraversa una fase di instabilità senza precedenti: 59 conflitti attivi e 87 Paesi con situazioni in peggioramento, il numero più alto mai registrato. I conflitti armati restano il principale motore della migrazione forzata, e per questo l’Europa non può permettersi di abbassare la guardia. Le rotte migratorie possono cambiare rapidamente, così come i Paesi di origine e di transito, rendendo obsolete in poche settimane strategie non sufficientemente flessibili.

In questo scenario, il Patto europeo ambisce a trasformare la solidarietà da concetto astratto a meccanismo operativo. Le resistenze politiche non mancano, come dimostrano le posizioni di alcuni Stati membri riluttanti alla condivisione degli oneri, ma secondo Raab si tratta di dinamiche inevitabili in ogni grande riforma. Il Patto rappresenta una pietra miliare, non solo perché fissa nuove regole, ma perché punta a produrre effetti misurabili, mostrando che una strategia comune funziona meglio di ventisette politiche nazionali isolate.

Il vero banco di prova, però, sarà quello dei rimpatri. Oggi il tasso di rimpatrio si attesta intorno al 27%, il livello più alto dal 2019. Gli Stati membri vogliono spingersi oltre e considerano questo dato un indicatore chiave della credibilità delle politiche europee. Ma nessun risultato è possibile senza una cooperazione reale lungo l’intera rotta migratoria: Paesi di origine, transito e destinazione devono essere coinvolti su un piano di parità, altrimenti nessuna misura tecnica potrà funzionare.

È qui che l’ICMPD rivendica il proprio ruolo strategico: facilitare il dialogo, mettere in rete le esperienze e accompagnare gli Stati nell’attuazione concreta delle politiche. Con 33 uffici regionali e una presenza lungo tutte le principali rotte – dal Mediterraneo ai Balcani occidentali – il centro opera come piattaforma di raccordo operativo. Anche se l’Italia non è ancora un Paese membro, l’ICMPD è fortemente attivo nella regione mediterranea attraverso progetti e partenariati.

Guardando oltre l’immediata attuazione del Patto, le incognite restano numerose: dall’Ucraina al Venezuela, passando per Iran e Siria. In Europa vivono oggi circa 5 milioni di ucraini, mentre in Paesi come la Spagna le domande di asilo dei venezuelani sono tra le più elevate. Il messaggio finale di Raab è chiaro: la migrazione non è un fenomeno che si risolve una volta per tutte. È un processo dinamico, che cambia, evolve e reagisce ai conflitti e all’economia. Per questo, conclude, l’Europa deve mantenere ritmo, coerenza e soprattutto un forte senso di urgenza.

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