Roma, 23 febbraio 2026 – Presentato a Roma nell’ambito dell’evento “Migrazioni, lavoro e integrazione in Italia”, il nuovo rapporto “Stato dell’integrazione dei migranti – Italia”, realizzato dall’OCSE con il supporto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, offre un quadro articolato della condizione dei cittadini nati all’estero nel nostro Paese. Il documento evidenzia segnali incoraggianti, ma anche criticità profonde che richiedono interventi strutturali e politiche mirate.
Una presenza stabile, ma in evoluzione
L’Italia ospita circa 6,4 milioni di immigrati, pari al 10% della popolazione. Si tratta di una delle comunità straniere più numerose in termini assoluti nell’Unione europea, anche se la crescita nell’ultimo decennio è stata più contenuta rispetto a Paesi come Germania, Spagna o Francia.
La migrazione per motivi familiari rappresenta circa la metà degli ingressi permanenti registrati tra il 2013 e il 2023, una quota superiore a quella osservata negli altri principali Paesi OCSE europei. Un dato che conferma il carattere sempre più stabile e radicato dell’immigrazione in Italia.
Dal punto di vista demografico, il contributo è significativo: nove immigrati su dieci sono in età lavorativa (15-64 anni), contro il 60% della popolazione nata in Italia. In un Paese segnato da un rapido invecchiamento e da un calo strutturale della forza lavoro, questo apporto è strategico.
Mercato del lavoro: occupazione sì, valorizzazione no
Il rapporto evidenzia un paradosso. Da un lato, i tassi di occupazione degli immigrati sono relativamente elevati. Dall’altro, le competenze risultano spesso sottoutilizzate.
Un immigrato su quattro svolge un lavoro meno qualificato rispetto a quello esercitato prima della migrazione. Tra i migranti non UE con titolo di studio elevato, il tasso di occupazione si ferma al 69%, inferiore a quello registrato in altri Paesi OCSE europei.
Particolarmente penalizzate sono le donne, per le quali il divario tra qualifiche possedute e occupazione effettiva risulta ancora più marcato. Il fenomeno della “sovra-qualificazione” e i bassi rendimenti dell’istruzione rappresentano dunque un nodo centrale.
Istruzione e formazione: un doppio binario
Il livello medio di istruzione degli immigrati in Italia resta relativamente basso: circa il 50% dei nati fuori dall’UE non ha completato un percorso oltre la scuola secondaria inferiore. Si tratta di una delle percentuali più alte nell’area OCSE.
Tuttavia, i nuovi arrivati mostrano un profilo educativo in miglioramento rispetto al passato. Il problema risiede piuttosto nella scarsa partecipazione ai percorsi di formazione e aggiornamento professionale dopo l’arrivo in Italia, che limita le possibilità di mobilità economica.
Povertà e condizioni abitative: le fragilità persistenti
Le criticità sociali restano marcate. Un immigrato su tre vive in condizioni di povertà e la povertà lavorativa raggiunge il 22%, uno dei livelli più elevati nell’OCSE. Sebbene gli immigrati rappresentino il 15% degli occupati, costituiscono il 31% delle persone che lavorano ma restano povere.
Sul piano abitativo, i costi relativamente moderati mascherano spesso situazioni di sovraffollamento e condizioni inadeguate.
Anche l’accesso alla cittadinanza appare limitato: solo il 40% degli immigrati con almeno dieci anni di residenza ha acquisito la cittadinanza italiana, segno di barriere amministrative e normative ancora rilevanti.
Seconde generazioni: risultati incoraggianti, inclusione incompleta
Un aspetto positivo emerge dai dati sui figli di immigrati. La partecipazione alla prima infanzia dei bambini con madri immigrate è superiore a quella dei coetanei con madri nate in Italia, un dato piuttosto raro nei Paesi OCSE.
A 15 anni, i ragazzi nati in Italia da genitori immigrati mostrano competenze di lettura con divari contenuti rispetto ai coetanei italiani. Tuttavia, persistono sentimenti di esclusione sociale e una precoce differenziazione dei percorsi scolastici rischia di indirizzarli verso traiettorie meno promettenti.
Sul piano occupazionale, i giovani con genitori immigrati registrano risultati deboli: solo il 54% è occupato e i livelli di inattività restano elevati.
Migranti umanitari: integrazione nel tempo, ostacoli all’inizio
Particolarmente interessante il dato relativo ai migranti per motivi umanitari. Dopo cinque anni di permanenza in Italia, i loro tassi di occupazione superano quelli dei migranti familiari e persino quelli dei nati in Italia.
Tuttavia, l’integrazione iniziale è spesso rallentata da carenze nei centri di accoglienza, ritardi procedurali e accesso limitato alla formazione linguistica. Nonostante ciò, le competenze linguistiche migliorano sensibilmente nel tempo, spesso grazie all’autonomia individuale e alla necessità economica.
Resta però la preoccupazione per il ricorso a strutture emergenziali e insediamenti informali, che possono compromettere l’integrazione di lungo periodo.
Una sfida strutturale per la crescita del paese
Il messaggio finale del rapporto è chiaro: in un contesto di pressione demografica e trasformazione del mercato del lavoro, politiche di integrazione efficaci non sono solo una questione sociale, ma una condizione per garantire crescita sostenibile ed equità.
L’Italia dispone di un capitale umano rilevante tra i migranti, ma la piena valorizzazione di questo potenziale richiede investimenti in formazione, riconoscimento delle competenze, inclusione abitativa e semplificazione dei percorsi verso la cittadinanza.
La sfida non è solo accogliere, ma integrare in modo strutturale e strategico.