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Italia sempre più anziana e meno popolosa: l’immigrazione frena il declino, ma non basta

Nel 2080 i residenti potrebbero scendere a 45,8 milioni. Secondo le nuove previsioni Istat, il saldo migratorio con l’estero resterà positivo per i prossimi decenni, diventando uno dei principali fattori di tenuta demografica del Paese. Ma gli ingressi non riusciranno da soli a compensare il crescente divario tra nascite e decessi.

Roma, 1 settembre 2026 – L’Italia del futuro sarà più piccola, più anziana e sempre più dipendente dall’apporto delle migrazioni per contenere il declino demografico. È il quadro che emerge dalle nuove previsioni dell’Istat sulla popolazione residente, che stimano una riduzione dagli attuali 58,9 milioni di abitanti a 55 milioni nel 2050 e a circa 45,8 milioni nel 2080. In poco più di mezzo secolo il Paese potrebbe quindi perdere oltre 13 milioni di residenti.

In questo scenario l’immigrazione assume un ruolo centrale. Le previsioni indicano infatti che il saldo migratorio con l’estero resterà positivo durante tutto l’orizzonte considerato. Senza gli ingressi dall’estero, dunque, la contrazione della popolazione italiana sarebbe ancora più accentuata.

Secondo lo scenario mediano dell’Istat, gli immigrati dall’estero saranno circa 432mila nel 2025, per poi attestarsi a 423mila nel 2030, 372mila nel 2050 e tornare a circa 404mila nel 2080. Nello stesso periodo continueranno però anche le partenze verso altri Paesi: gli emigrati sono stimati in circa 144mila nel 2025, 176mila nel 2030, 169mila nel 2050 e 183mila nel 2080.

Il risultato sarà comunque un contributo migratorio largamente positivo. Il saldo con l’estero, pari a circa 296mila persone nel 2025, dovrebbe attestarsi a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi risalire a circa 221mila persone nel 2080. Numeri significativi, che mostrano come le migrazioni siano destinate a rappresentare una componente strutturale della demografia italiana.

Ma nemmeno questi flussi riusciranno a invertire la tendenza.

Il problema principale è infatti rappresentato dal crescente squilibrio naturale della popolazione. Le nascite, già oggi su livelli storicamente bassi, non saranno sufficienti a rimpiazzare le generazioni più anziane. Nello scenario Istat si passa da circa 355mila nuovi nati annui nel 2025 a 335mila nel 2050 e a 281mila nel 2080. Contemporaneamente i decessi aumenteranno con l’invecchiamento delle generazioni del baby boom, raggiungendo un picco di circa 869mila nel 2058.

Il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, resterà quindi fortemente negativo. Dal deficit di quasi 300mila persone previsto per il 2025 si arriverà, negli anni più critici, a perdite superiori al mezzo milione di abitanti all’anno.

È qui che emerge con maggiore chiarezza il ruolo dell’immigrazione: gli arrivi dall’estero ridurranno la velocità dello spopolamento italiano, ma non saranno sufficienti ad annullarlo.

Il fenomeno è già evidente nei dati più recenti. Al primo gennaio 2026 in Italia risultavano residenti circa 5,56 milioni di cittadini stranieri, il 9,4% della popolazione complessiva, quasi 190mila in più rispetto all’anno precedente. La loro crescita è stata determinata soprattutto dal saldo migratorio con l’estero, fortemente positivo.

La presenza straniera assume inoltre una particolare importanza perché interviene su una delle criticità più rilevanti dei prossimi decenni: la progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa.

Nel 2025 le persone tra 15 e 64 anni rappresentano il 63,4% della popolazione. Nel 2050 la quota dovrebbe scendere al 55,3% e nel 2080 al 53,2%. Parallelamente gli over 65 passeranno dal 24,7% di oggi al 34,5% nel 2050, fino ad arrivare al 36,8% nel 2080.

Una trasformazione destinata ad avere conseguenze profonde sul mercato del lavoro, sulla sostenibilità del sistema pensionistico, sulla sanità e sull’assistenza agli anziani. Ed è proprio la composizione della futura popolazione in età lavorativa, sottolinea l’Istat, a dipendere in misura significativa anche dall’andamento delle migrazioni internazionali.

Le differenze saranno inoltre molto marcate sul territorio. Nel Nord il saldo migratorio con l’estero rappresenterà il principale sostegno alla popolazione e nel breve periodo consentirà persino una lieve crescita demografica. Nel Mezzogiorno, invece, l’apporto dell’immigrazione sarà molto più contenuto rispetto all’entità del deficit naturale e dello spopolamento. La popolazione meridionale potrebbe passare dai 19,7 milioni del 2025 a appena 12,3 milioni nel 2080.

Le previsioni Istat non indicano quindi che l’immigrazione possa, da sola, “risolvere” la crisi demografica italiana. Mostrano però con chiarezza che gli ingressi dall’estero saranno uno dei principali fattori capaci di rallentarla.

La questione migratoria assume così anche una dimensione demografica ed economica: nei prossimi decenni il dibattito non riguarderà soltanto quanti migranti arriveranno in Italia, ma anche come trasformare i flussi migratori in presenza stabile, occupazione, integrazione e partecipazione alla vita economica e sociale del Paese. In un’Italia che perde giovani e popolazione in età attiva, la capacità di integrare chi arriva potrebbe diventare uno degli elementi decisivi per determinare quanto rapidamente il Paese invecchierà e si ridimensionerà.

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