Roma, 11 luglio 2025 – «Vivere in una gabbia non è umano». Con queste parole dirette e incisive, Ariela Mitri, responsabile dell’Ufficio Migrazione di Caritas Albania, esprime una ferma condanna del centro di permanenza per i rimpatri di Gjadër, realizzato nell’ambito del protocollo tra Italia e Albania per la gestione dei flussi migratori.
In un’intervista rilasciata al blog Tra Cielo e Terra, Mitri denuncia apertamente la natura del Centro di Gjadër: “Di fatto è un centro di detenzione, non di accoglienza”. Una struttura dove, sottolinea, “le persone aspettano il loro destino” senza le garanzie minime previste dal diritto internazionale e con un modello procedurale anomalo, che rischia di diventare un precedente pericoloso per tutta l’Europa.
Mitri mette in guardia sull’effetto domino: “È un modello pilota che, se dovesse funzionare, potrebbe essere imitato altrove”, ma precisa che “non ha futuro e non deve averlo”.
La Caritas Albania, da oltre dieci anni impegnata sul campo, ribadisce la propria adesione al messaggio di Papa Francesco che invita a “accogliere, integrare, proteggere e accompagnare i migranti”, e si oppone nettamente a un sistema che, invece, nega dignità e speranza.
Secondo Mitri, il governo albanese ha offerto solo il territorio su cui sorge il centro, mentre la gestione e le modalità operative sono completamente italiane: “Tirana non ha voce in capitolo. Tutto è gestito dall’Italia”.
La procedura viene inoltre definita giuridicamente contraddittoria: “Se una persona sceglie l’Italia come destinazione, deve poterci arrivare. E se si decide per un rimpatrio, questo dovrebbe avvenire dall’Italia, non da un altro Paese”. Un andirivieni assurdo, aggiunge, che svuota le procedure di significato e moltiplica i costi, già molto elevati.
Mitri paragona il modello Gjadër al progetto britannico di trasferire i migranti in Rwanda, poi abbandonato dopo numerose critiche: “Quella proposta fu oggetto di dibattito. In questo caso, invece, l’Italia è andata avanti in modo rapido e deciso”.
Per Caritas Albania, dunque, il centro di Gjadër rappresenta un’anomalia giuridica, morale e umanitaria, che non dovrebbe essere replicata né tollerata. In un’Europa sempre più divisa sul tema migratorio, l’appello è chiaro: “Serve un approccio umano, non modelli di segregazione”.


