Roma, 5 dicembre 2025 – L’operazione dei centri per migranti in Albania, presentata dal governo Meloni come una svolta nella gestione dei flussi, rischia di trasformarsi in uno dei casi più controversi di spreco di risorse pubbliche degli ultimi anni. A denunciarlo è ActionAid, che ha depositato alla Corte dei conti un esposto di 60 pagine in cui documenta costi fuori scala, appalti opachi e servizi mai entrati davvero in funzione.
Il dossier, frutto di centinaia di pagine di accessi civici, contratti, determine di spesa e atti amministrativi, ricostruisce una macchina gestionale definita “instabile”, respinta più volte dai giudici nazionali ed europei e continuamente reintrodotta tramite deroghe, modifiche normative e nuovi finanziamenti. Il report, realizzato insieme all’Università di Bari e intitolato Il costo dell’eccezione, descrive un progetto che non ha mai raggiunto gli obiettivi dichiarati, distinguendosi invece per opacità, inefficienza e un impatto economico enorme.
L’esposto alla Corte dei conti e l’allerta dell’ANAC
Al centro della denuncia c’è la possibilità di un danno erariale. Secondo ActionAid, le modalità con cui l’operazione è stata finanziata e gestita rappresentano una distorsione nell’uso delle risorse pubbliche. L’esposto è stato depositato presso la Corte dei conti del Lazio, mentre all’ANAC sono state inviate segnalazioni relative a presunte irregolarità nell’appalto da 133 milioni di euro per la gestione delle strutture albanesi, caratterizzato da affidamenti diretti e un’insufficiente verifica della rilevanza internazionale.
La domanda sollevata dagli avvocati è netta: come è possibile che decine di milioni di euro siano stati assegnati senza rispettare i requisiti minimi di trasparenza e concorrenza previsti dalle norme italiane ed europee?
Da 39 a 65 milioni in dieci giorni: l’aumento improvviso dei fondi
L’operazione nasce con uno stanziamento iniziale di 39,2 milioni di euro previsto dalla legge di ratifica del Protocollo Italia-Albania. Ma nel giro di dieci giorni, con il Decreto PNRR 2, la gestione passa dal Viminale e dalla Giustizia alla Difesa, facendo schizzare il budget a 65 milioni di euro. Un cambio di competenze che introduce una serie di procedure in deroga e nuovi affidamenti straordinari.
Secondo ActionAid, tra il 2023 e marzo 2025 il Ministero della Difesa ha bandito appalti per 82 milioni di euro, firmato contratti per oltre 74 milioni ed erogato più di 61 milioni per strutture che, in molti casi, non hanno mai funzionato a pieno regime. Una quota consistente di questi contratti è stata affidata senza gara, elemento considerato tra i più problematici dell’intera vicenda.
Costi altissimi, centri semivuoti
A marzo 2025 solo il 39% dei posti previsti è effettivamente operativo. Ma ciò che colpisce di più è il confronto sui costi: mantenere un posto a Gjader per due mesi costa circa 1.500 euro, la stessa cifra che copre un anno di accoglienza nel Cpr di Modica, in Italia. Una sproporzione che rende evidente la insostenibilità economica del modello “offshore”.
Il precedente siciliano: zero risultati
Prima dell’Albania, lo stesso schema era stato sperimentato in Italia, a Modica e Porto Empedocle. Il risultato fu disastroso: nel 2023 zero convalide e zero rimpatri; nel 2024 appena 3% di rimpatri effettivi. Nonostante ciò, il modello è stato replicato all’estero con investimenti molto più alti e una complessità organizzativa maggiore.
“Un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente”
Così ActionAid definisce l’intera operazione, evidenziando come l’Italia abbia continuato a finanziare un sistema che la magistratura aveva già considerato non conforme al diritto europeo. L’esperto di migrazioni Fabrizio Coresi parla di “ostinazione” nel mantenere in vita un progetto “inumano e inefficace”, destinato più a consumare risorse che a produrre risultati.
La fase due: trasferimenti “inutili”
Da marzo 2025 prende avvio una fase ancora più discutibile: persone già trattenute nei Cpr italiani vengono trasferite in Albania solo per svolgere procedure amministrative… e poi riportate in Italia. Non cambia lo status, non cambia la detenzione. Cambia solo il costo, che aumenta a dismisura.
Il nodo del personale: costi fino a 18 volte superiori
Il capitolo più impressionante riguarda i costi del personale. Nel Cpr di Macomer lo Stato spendeva 5.884,80 euro al giorno. A Gjader, per la stessa funzione, si arriva a 105.616 euro al giorno: 18 volte tanto. Se confrontato con il Cpr di Palazzo San Gervasio, il divario sale a 28 volte. Una spesa che ActionAid definisce “fuori scala”, dovuta a missioni internazionali, indennità extra e logistica molto più complessa.
Strutture finanziate ma inutilizzate
Il Ministero della Giustizia avrebbe già speso oltre 1,2 milioni di euro per un penitenziario mai completato né utilizzato, consegnato solo al 70%. Il Ministero della Salute, invece, avrebbe autorizzato quasi 5 milioni di euro per servizi sanitari che nei fatti non esistono: l’USMAF Albania risulta vuoto da marzo 2025, senza medici né operatori. La “commissione vulnerabilità” opera solo da remoto.
Perché la Corte dei conti è decisiva
L’esposto chiede di verificare se ci sia stato un danno erariale, cioè una perdita ingiustificata per lo Stato: appalti senza gara, centri vuoti, costi esponenziali per il personale, strutture incomplete e servizi non erogati. L’ANAC, invece, dovrà valutare l’eventuale violazione dei principi di trasparenza e concorrenza.
Se le accuse fossero confermate, non si tratterebbe solo di un progetto inefficace, ma di un caso di responsabilità amministrativa con conseguenze per chi ha autorizzato e mantenuto in vita un sistema definito dagli esperti “economicamente incontrollato”.


