Roma, 15 gennaio 2026 – Turni massacranti, compensi inferiori ai 5 euro l’ora e condizioni di vita degradanti: è il quadro emerso dal processo che ha portato alla condanna di due uomini di origine pakistana, zio e nipote, accusati di caporalato e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ai danni di circa 30 braccianti agricoli impiegati tra Senigallia e Pesaro.
La sentenza è stata emessa dal Tribunale di Ancona, che ha riconosciuto la responsabilità degli imputati per intermediazione illecita di manodopera e sfruttamento dei lavoratori.
Le condanne
La giudice Francesca Grassi ha inflitto due anni e sei mesi di reclusione allo zio, 59 anni, titolare di un’impresa individuale dedita al reclutamento della manodopera, e due anni e tre mesi al nipote, 28 anni, ritenuto collaboratore attivo nel sistema di sfruttamento.
Entrambi, regolarmente residenti in Italia e nel territorio senigalliese, dovranno inoltre pagare 15mila euro di multa ciascuno.
Lo sfruttamento dei braccianti
Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero approfittato dello stato di bisogno dei lavoratori, imponendo turni di lavoro fino a 12 ore al giorno e una retribuzione ben al di sotto dei minimi contrattuali.
Dalle buste paga venivano inoltre detratte spese arbitrarie per il trasporto verso i campi, il vitto e l’alloggio.
Alloggi fatiscenti e condizioni disumane
Le indagini hanno fatto emergere una situazione abitativa gravemente degradata: i braccianti vivevano in case fatiscenti, dormendo in un sottotetto sovraffollato, anche in 30 persone, in condizioni igienico-sanitarie giudicate inaccettabili dalle forze dell’ordine.
L’indagine
I fatti risalgono agli anni 2018 e 2019, ma sono emersi nel 2020 al termine di un’indagine condotta dalla Squadra Mobile di Ancona e dal Commissariato di Polizia di Senigallia.
Gli imputati, difesi dagli avvocati Ruggero Tomasi e Andrea Reginelli, hanno sempre respinto le accuse, ma il tribunale ha ritenuto provato il sistema di sfruttamento.
Un fenomeno ancora diffuso
Il caso conferma come il caporalato in agricoltura resti una piaga strutturale, capace di colpire in modo particolare i lavoratori migranti, spesso privi di reali alternative e tutele.
Una realtà che continua a emergere nelle aule di giustizia e che richiama l’urgenza di controlli più efficaci, tutele concrete e politiche di prevenzione lungo tutta la filiera agricola.


