Roma, 18 agosto 2025 – Il decreto Flussi, lo strumento che dovrebbe regolare l’ingresso regolare dei lavoratori stranieri in Italia, si conferma un flop anche in Veneto, con risultati ben al di sotto delle quote previste per il 2025 nei settori del turismo e dell’agricoltura.
La denuncia arriva dalla Cgil Veneto, che sottolinea come il meccanismo del “click day” penalizzi sia i lavoratori sia le imprese. “Chi intende venire a lavorare in Italia – spiega la segreteria – è spesso costretto a pagare migliaia di euro a intermediari legati alla criminalità organizzata, senza garanzia di riuscita. Allo stesso tempo, le aziende continuano a non trovare la manodopera di cui hanno bisogno”.
La segretaria regionale della Cgil Veneto, Silvana Fanelli, smonta anche la retorica dell’invasione incontrollata: i cittadini stranieri residenti in Veneto sono circa 500.000, pari al 10,3% della popolazione totale, un dato stabile negli ultimi dieci anni. La regione si colloca così al quarto posto in Italia per numero assoluto di residenti stranieri e al sesto posto per incidenza sulla popolazione.
Di questi, circa 336.000 possiedono un permesso di soggiorno di lungo periodo. Il tasso di acquisizione della cittadinanza resta basso, poco più del 5%, mentre nelle scuole venete gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano il 15% del totale, e nel 70% dei casi sono nati in Italia.
Nonostante le richieste del territorio, il numero di lavoratori che riesce a completare l’iter del decreto Flussi e ottenere il permesso di soggiorno resta “drammaticamente esiguo”, denuncia la Cgil, al punto da non raggiungere le quote fissate per il lavoro stagionale. Unica eccezione: il settore dell’assistenza familiare, che ha superato le soglie stabilite.
Per il sindacato, la situazione dimostra l’urgenza di una riforma strutturale delle politiche migratorie, capace di partire da un’analisi concreta del mercato del lavoro e dei bisogni del Paese. Non politiche restrittive e punitive – sostiene la Cgil – ma misure di inclusione, legalità e contrasto allo sfruttamento.
“Alla base di qualsiasi cambiamento – conclude Fanelli – non può che esserci l’abolizione della legge Bossi-Fini, che rappresenta la radice dei tanti fenomeni di sfruttamento, irregolarità e invisibilità delle persone che arrivano in Italia per lavorare”.


