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L’Unar: “Guardia alta contro l’intolleranza”

In Italia si riaccendono focolai razzisti ed antisemiti. L’allarme del direttore Generale Marco De Giorgi Roma – 14 febbraio 2008 – Per uno strano gioco di contraddizioni, sembra che il 2008 appena dichiarato dall’Unione europea Anno per il Dialogo Interculturale si sia aperto all’insegna della proliferazione, amplificata dalle cronache degli ultimi giorni, di episodi che testimoniano il riaccendersi nel nostro Paese di focolai razzisti ed antisemiti ispirati a preoccupanti sentimenti di xenofobia ed intolleranza.

Come si legge nel Rapporto presentato dall’EFRA – Agenzia europea per i diritti fondamentali – sulla situazione del razzismo nei Paesi membri dell’UE nel 2007, ciò non rappresenta solo un fenomeno italiano. Ma questo non deve abbassare la soglia di attenzione su fenomeni che rischiano di mettere in crisi il percorso già univocamente intrapreso verso la costruzione di una società multietnica ed interculturale.

Di questo ne è pienamente consapevole l’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali – istituito per legge  in attuazione della direttiva europea 2000/43 presso il  Dipartimento Diritti e Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio – così come tutte le associazioni che collaborano con lo stesso, essendo da anni attivamente impegnate nel campo dell’antidiscriminazione.

Dal 20 al 21 febbraio sarà aperta davanti al Comitato CERD delle Nazioni Unite di Ginevra la discussione del XIV e XV Rapporto dell’Italia sulla attuazione della Convenzione internazionale contro la discriminazione razziale e, in quell’ambito, non sarà sicuramente sottaciuto il gravissimo episodio di antisemitismo che da ultimo è assurto agli onori della cronaca, ossia la pubblicazione sul blog di un sito internet della lista di 162 professori universitari ebrei, accusati di “fare lobby” a favore dei “sionisti”.

Secondo le prime informazioni rese pubbliche dai media sull’inchiesta avviata, sembrerebbe che l’iniziativa sia per lo più riconducibile ad una singola persona, la quale peraltro non avrebbe svolto delle autonome indagini al fine di compilare la “lista”, bensì avrebbe tratto automaticamente i nominativi in blocco da una petizione che in passato era stata sottoscritta per reagire ad un precedente episodio di antisemitismo.

Se i fatti di cui sopra risultassero confermati, il livello di risonanza mediatica potrebbe essere abbassato anche allo scopo di non fornire ulteriore ed immeritata diffusione al delirio di un singolo individuo, e ciò ovviamente ferme restando le responsabilità, anche penali, dell’autore del gravissimo gesto e dei suoi eventuali complici.
Tuttavia, anche nell’ipotesi in cui l’episodio dovesse essere ridimensionato, è importante cogliere l’occasione per sottolineare e segnalare anche alla opinione pubblica  il rischio di una mutazione genetica degli episodi di razzismo e dei recenti atti di intolleranza.

Quello a cui si assiste di recente, infatti, è l’emergere sporadico di episodi di antisemitismo di estrema violenza (quali la profanazione di cimiteri o iscrizioni murali inneggianti al nazismo), i quali da un lato di per se stessi non potrebbero assurgere ad un livello elevato di offensività se fossero sempre e soltanto l’opera di estemporanei vandali, dall’altro, sembrano essere le reazioni estreme di persone che mal tollerano i portati del nuovo diritto antidiscriminatorio, per non dire la cultura della tolleranza e dell’integrazione, così tenacemente promossa negli ultimi anni dall’Unione europea.
La stigmatizzazione dei singoli episodi, per quanto dovuta, non deve sviare l’attenzione dal pericolo che si sia creata nella nostra società una sorta di area di indifferenza rispetto ad un livello minimo e quasi condiviso di intolleranza razziale e religiosa, che la renderebbe per così dire accettabile; ciò perché tale indifferenza può costituire l’humus per la reiterazione ovvero per l’accrescersi del livello di offensività di episodi estremi.
D’altro canto, non bisogna dimenticare che anche le “piccole” discriminazioni, cioè quelle non apparenti e talvolta prive di immediate conseguenze lesive, sono vietate dalla legge.

Il decreto legislativo che ha istituito l’UNAR, infatti, nel punire espressamente gli atti di discriminazione per ragioni di razza e di origine etnica, ha esteso la nozione anche agli atti di discriminazione indiretta (in ciò attuando le precise indicazioni della direttiva comunitaria) così come alle molestie, ossia ai casi in cui comunque venga violata la dignità di una persona con la creazione di un clima intimidatorio, ostile, degradante ed offensivo.

Le valutazioni di cui sopra non afferiscono esclusivamente all’antisemitismo, e sono anzi da estendersi a tutte le forme di discriminazione razziale, etnica o religiosa che purtroppo sono sempre presenti nella società moderna, e ciò anche per effetto delle difficoltà relazionali che inevitabilmente si accompagnano ai recenti fenomeni migratori.

L’antisemitismo, però, proprio perché fenomeno più risalente e mai totalmente sradicato nonostante il comune giudizio sociale di antistoricità, ha caratteristiche sue peculiari che lo rendono particolarmente odioso e dunque maggiormente preoccupante.
Il fenomeno, infatti, è assai contenuto a livello quantitativo perché le persone di religione ebraica sono di numero assai inferiore, ad esempio, a quelle di religione islamica che vivono nel nostro Paese.

La discriminazione verso gli ebrei è anche difficile da individuare perché non è determinata da questioni di cittadinanza: essa è, per così dire, una discriminazione razziale assoluta, giacché insistente tra persone tendenzialmente di medesima nazionalità. Infine, l’antisemitismo è una forma di discriminazione mai evidente, che si trasmette solo tra persone che sanno di condividerla, come un fiume carsico che si muove sotto il livello della coscienza sociale esteriorizzata, ovvero che si propaga in modi apparentemente inoffensivi (battute goliardiche, modi di dire, barzellette triviali). Una forma ulteriore di antisemitismo è quella propugnata da sedicenti storiografi o artisti che si fanno scudo della libertà di espressione che gli deriva dal loro status, anche se è noto quanto sia labile il confine tra la propagazione di teorie storiche o stereotipi antropologici e la discriminazione razziale o religiosa, soprattutto se indiretta.

Le caratteristiche di cui sopra mantengono viva ed attuale tale forma discriminatoria e rendono più arduo il compito di chi si propone di contrastarla e prima ancora di educare alla tolleranza delle diversità ed anzi alla integrazione, a cominciare dalla scuola.

Il messaggio di cui questo Ufficio intende rendersi latore è che impiegherà la massima attenzione nel decifrare gli episodi di intolleranza, anche e soprattutto indiretta o a bassa intensità, e ciò al fine di smascherarli per quello che realmente sono e per reprimerne gli effetti.

Atteso che spesso questi episodi sfuggono all’attenzione non solo dei cronisti, ma anche degli osservatori meno sensibili, e il silenzio che ne segue è complice del proliferare dell’antisemitismo, quello che si chiede è che tutti coloro che ne siano vittima o anche solo testimoni provvedano a segnalarci i relativi episodi di intolleranza.

Solo attraverso questa collaborazione potremo riuscire a far emergere il fiume carsico dell’antisemitismo, cui sopra abbiamo fatto cenno, e a prosciugarne – ci si augura per sempre – le sorgenti culturali e la stessa ragion d’essere.

Cons. Marco De Giorgi
Direttore Generale UNAR
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