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Calabria. Quattro braccianti migranti bruciati vivi: fermati due uomini. Il sopravvissuto accusa: «Ci sfruttavano e non ci pagavano»

Roma, 2 giugno 2026 – Un delitto di una brutalità sconvolgente scuote la Calabria e riporta sotto i riflettori il mondo sommerso dello sfruttamento agricolo. Quattro braccianti immigrati sono morti bruciati vivi in un minivan incendiato nell’area di servizio Ip lungo la statale 106 Jonica, ad Amendolara, nel Cosentino. Le immagini delle telecamere di sorveglianza e la testimonianza di un sopravvissuto hanno trasformato quello che inizialmente appariva come un incendio sospetto in un caso di omicidio plurimo aggravato.

La svolta nelle indagini è arrivata grazie ai filmati acquisiti dalla Squadra Mobile di Cosenza. Nei video si vedrebbero due uomini bloccare le portiere del veicolo dall’esterno mentre, dal portellone posteriore, verrebbe lanciato del liquido infiammabile. Subito dopo una fiammata improvvisa e la fuga dei due sospettati.

La Procura di Castrovillari ha disposto il fermo di due cittadini pakistani, interrogati a lungo in Questura dopo essere stati rintracciati a Villapiana. Gli investigatori ritengono che possano avere avuto un ruolo diretto nell’eccidio.

Il rogo è scoppiato in pieno giorno, poco dopo le 13. I vigili del fuoco, intervenuti inizialmente per domare quello che sembrava un incendio ad alto rischio vicino agli erogatori di carburante, hanno fatto una scoperta agghiacciante solo dopo aver spento le fiamme: all’interno del minivan si trovavano i resti carbonizzati di quattro persone.

Sin dai primi rilievi l’ipotesi dell’incidente è apparsa poco credibile. Troppo insolita la dinamica, troppo difficile immaginare che quattro persone potessero morire intrappolate senza alcun tentativo di fuga. «Si tratta sicuramente di omicidio, ma dobbiamo ancora definirne i contorni», aveva dichiarato già nelle prime ore il questore di Cosenza Antonio Borelli.

Determinante si è rivelata anche la testimonianza di un sopravvissuto, un cittadino afghano che si trovava all’interno del veicolo e che è riuscito a salvarsi rompendo un finestrino, riportando ustioni alle braccia. Intervistato dal Tgr Calabria, l’uomo ha raccontato che tre delle vittime erano afghane e una pakistana.

Secondo il suo racconto, i due fermati pretendevano denaro per il trasporto dei lavoratori agricoli. Al rifiuto delle vittime, avrebbero cosparso l’abitacolo di benzina per poi appiccare il fuoco. «I soldi non ce li davano, da mangiare sì, la casa sì ma i soldi no», ha raccontato, denunciando anche minacce con coltelli e pistole e parlando apertamente di una «grande mafia del Pakistan».

Le indagini puntano ora verso un possibile regolamento di conti maturato all’interno del sistema del caporalato che interessa le campagne tra la Piana di Sibari, Corigliano-Rossano e il Metaponto. Un contesto complesso nel quale, spiegano gli inquirenti, spesso gli stessi caporali appartengono alle comunità migranti che controllano lavoro, trasporti, alloggi e pratiche burocratiche.

Gli investigatori non escludono nessuna pista. I corpi saranno sottoposti ad accertamenti medico-legali per verificare se le vittime siano state colpite anche con armi da fuoco prima dell’incendio.

Il massacro di Amendolara arriva inoltre dopo una lunga scia di violenze nella zona. Negli ultimi mesi, secondo quanto emerge dalle indagini, si sarebbero verificati almeno quattordici incendi dolosi ai danni di auto e furgoni utilizzati da braccianti stranieri tra Corigliano-Rossano e l’alto Ionio cosentino.

Un’escalation che suggerisce l’esistenza di tensioni profonde e di un sistema criminale radicato, capace di trasformare il lavoro agricolo irregolare in un terreno di controllo, paura e violenza estrema. La tragedia di Amendolara potrebbe rappresentare il capitolo più feroce di questa guerra silenziosa consumata nelle campagne del Sud.

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