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Cittadinanza, la Garante dell’Infanzia: “Riforma per includere”

“Sospesa la speranza di un milione di figli dell’immigrazione. La cittadinanza deve abbracciare la nuova visione di un futuro che è già cominciato”

 

 

Roma – 2 marzo 2017 – “Non dimentichiamo i bambini e ragazzi nati in Italia o arrivati nel nostro Paese quando erano piccoli, che sono cresciuti qui, parlano italiano e si sentono a casa”.

 

È l’appello lanciato dalla Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza Filomena Albano per l’approvazione della riforma della cittadinanza. “Occorre fare questo passo: perché la cittadinanza è senso di appartenenza ad una comunità, un sentimento alto, un comune sentire che oggi deve abbracciare la nuova visione di un futuro che è già cominciato: dobbiamo includere anziché dividere“.

Qui di seguito, l’editoriale pubblicato da Albano sul sito dell’Autorità Garante per l’infanzia e per l’Adolescenza: 

Lo ius soli e il senso di appartenenza: includere anziché dividere

Il disegno di legge sulla cittadinanza, approvato alla Camera nell’ottobre del 2015 e ancora in attesa di discussione al Senato, è fermo da tempo e, insieme alla legge, è sospesa la speranza per un milione di bambine e bambini, ragazze e ragazzi che crescono in Italia senza esserne cittadini 

Parliamo dei figli dell’immigrazione, bambini e ragazzi nati in Italia o arrivati nel nostro Paese quando erano piccoli, che sono cresciuti qui, parlano in italiano e riconoscono l’Italia come il loro Paese: lo ius soli rappresenta un passo importante sul piano dell’integrazione delle cosiddette “seconde/terze generazioni”.

Si tratta di dare espressione al principio di non discriminazione dei bambini e degli adolescenti – sancito dall’articolo 2 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo.  

La proposta di legge non prevede l’acquisizione automatica – per il solo fatto di essere nati in Italia – della cittadinanza italiana, ma introduce nel nostro ordinamento uno ius soli temperato, vale a dire con la previsione di alcune condizioni per accedervi: non solo che venga fatta una formale richiesta da parte dei genitori ma anche che almeno uno dei due genitori abbia un permesso di soggiorno di lungo periodo o anche che il minore abbia frequentato almeno un ciclo di studi in Italia. Interviene, cioè, sulla semplificazione delle procedure di accesso alla cittadinanza italiana per i minorenni di origine straniera nati o cresciuti in Italia. 

Oggi in Italia, bambini e ragazzi che crescono, giocano, sognano e studiano insieme – frequentando gli stessi luoghi e avendo gli stessi insegnanti – hanno uno status diverso a seconda delle origini dei genitori – in risposta al principio dello ius sanguinis, crescono da stranieri in Italia e, nei fatti, finiscono per essere stranieri anche nella patria dei loro genitori. 

La cittadinanza è senso di appartenenza ad una comunità, un sentimento alto, un comune sentire che oggi deve abbracciare la nuova visione di un futuro che è già cominciato: dobbiamo includere anziché dividere.  

Vediamo i nostri figli giocare e studiare con i loro compagni senza porsi problemi di nazionalità ma, semmai, di simpatia e affinità, e riconosciamo quanto beneficio traggano dallo stare bene insieme: un benessere che parte dal senso di appartenenza ad uno stesso gruppo. Quel senso di appartenenza comincia proprio con la nazionalità: vi è capitato osservare i vostri figli durante una partita dei mondiali di calcio? Tifano tutti per la stessa squadra”. 

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