Roma, 21 maggio 2026 – Secondo un’analisi pubblicata dal Financial Times e ripresa dal Corriere della Sera, il vero rischio per le economie occidentali non sarebbe più la crescita incontrollata della popolazione, ma il suo progressivo declino. Una trasformazione silenziosa che sta cambiando il volto dell’Europa e del mondo, mettendo sotto pressione welfare, mercato del lavoro e sviluppo economico.
L’articolo del Corriere, firmato da Luca Angelini, parte dai dati elaborati dal giornalista del Financial Times John Burn-Murdoch: in oltre due terzi dei 195 Paesi del mondo il numero medio di figli per donna è ormai sceso sotto la soglia di sostituzione di 2,1 necessaria per mantenere stabile la popolazione senza ricorrere all’immigrazione. In 66 Paesi il tasso di fertilità è addirittura più vicino a un figlio per donna che a due.
Il fenomeno non riguarda più soltanto le economie ricche. Stati come Brasile, Tunisia, Iran, Sri Lanka e persino il Messico stanno registrando livelli di natalità inferiori rispetto agli Stati Uniti. Una dinamica che, secondo gli esperti, rischia di far invecchiare molti Paesi prima ancora che riescano a diventare realmente prosperi.
L’inverno demografico e il peso sull’economia
Per decenni il timore globale era quello della “bomba demografica”. Oggi il problema sembra essersi capovolto. L’invecchiamento della popolazione viene considerato sempre più un ostacolo alla crescita economica.
Nel testo si cita il caso del Giappone, dove la lunga stagnazione economica iniziata negli anni ’90 sarebbe legata anche alla riduzione della popolazione in età lavorativa. Secondo diversi studi richiamati nell’analisi, una società più anziana tende infatti a essere meno dinamica, meno innovativa e meno produttiva.
Le conseguenze non riguardano solo il mercato del lavoro. L’aumento della spesa pubblica per pensioni e assistenza sociale rischia di ridurre gli investimenti in infrastrutture e sviluppo, alimentando allo stesso tempo tensioni sociali e politiche antisistema.
Anche il dibattito sul cambiamento climatico viene toccato. Alcuni studi citati dal Financial Times sostengono che il calo della popolazione avrebbe un impatto limitato sulla riduzione delle emissioni, poiché a incidere maggiormente sarebbero soprattutto i livelli di consumo.
Il ruolo degli smartphone e dei nuovi stili di vita
Tra le cause del crollo della natalità vengono indicati anche i cambiamenti culturali e tecnologici. Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Cincinnati, la diffusione massiccia degli smartphone e dei social network avrebbe modificato profondamente le relazioni sociali e affettive.
La docente di economia Melissa Kearney, citata nell’articolo, ritiene plausibile che l’ambiente digitale moderno abbia contribuito al declino delle relazioni di coppia. Il demografo Lyman Stone aggiunge che i social media alterano la percezione della realtà, influenzando anche le aspettative nei confronti dei partner.
A questo si sommano altri fattori strutturali, come il costo crescente delle abitazioni e l’incertezza economica, soprattutto nei Paesi occidentali.
Immigrazione: da problema politico a necessità economica
Nel breve periodo, spiegano diversi esperti citati dal Corriere, il principale strumento per compensare il calo demografico resta l’immigrazione.
Eurostat, nel rapporto sulla popolazione europea pubblicato recentemente, sottolinea che il saldo migratorio positivo è ormai l’unico elemento in grado di sostenere la crescita demografica di molti Paesi europei da qui al 2100. Le popolazioni migranti, inoltre, presentano generalmente una maggiore presenza di persone in età lavorativa, contribuendo così a rallentare l’invecchiamento della società.
Anche il rapporto sulla competitività europea elaborato da Mario Draghi evidenzia che entro il 2070 l’offerta di lavoro nell’Unione Europea potrebbe diminuire del 12%.
Secondo Magnus Brunner, commissario europeo agli Affari interni e alla migrazione, citato nell’articolo, fermare completamente l’immigrazione legale porterebbe le economie europee a essere tra il 9% e il 15% più povere nel giro di vent’anni.
Il tabù politico europeo
Nonostante questi dati, il tema dell’immigrazione legale continua a essere estremamente delicato sul piano politico. L’analisi evidenzia come, negli ultimi anni, l’Unione Europea abbia concentrato gran parte del dibattito su rimpatri, controlli alle frontiere e contenimento dei flussi irregolari, lasciando invece in secondo piano le politiche per attrarre lavoratori stranieri qualificati.
Secondo Oliver Grimm, autore della newsletter Mattinale europeo citata dal Corriere, il tema della migrazione legale sarebbe diventato “tossico” per gran parte della politica europea dopo lo spostamento a destra dell’elettorato. Il rischio, sostiene Grimm, è che l’Europa finisca progressivamente con meno lavoratori, meno innovazione e meno capacità di sostenere il proprio sistema di welfare.
Il nodo dello sfruttamento lavorativo
L’articolo affronta anche il problema delle distorsioni legate ai sistemi di ingresso regolare dei lavoratori stranieri.
Viene citata un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Potenza che avrebbe scoperto una rete criminale attiva tra Basilicata, Campania, Emilia-Romagna e Lombardia, accusata di sfruttare lavoratori stagionali extracomunitari attraverso il meccanismo del Decreto Flussi.
Secondo quanto riportato, molti migranti avrebbero pagato fino a 13 mila euro nei Paesi d’origine per ottenere un ingresso apparentemente regolare in Italia, finendo poi in condizioni di grave sfruttamento lavorativo, con salari molto bassi e minacce legate al rischio di perdere il permesso di soggiorno.
Sindacati e associazioni chiedono da tempo una riforma del sistema, con controlli più efficaci e procedure più trasparenti per evitare che il bisogno di manodopera venga trasformato in terreno fertile per il caporalato.
Una sfida che riguarda il futuro dell’Europa
L’analisi rilanciata dal Corriere della Sera mette in evidenza una contraddizione sempre più evidente: mentre l’Europa invecchia e perde forza lavoro, la discussione politica continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla riduzione dei flussi migratori.
Gli esperti citati concordano sul fatto che l’immigrazione non rappresenti una soluzione semplice né priva di criticità. Tuttavia, i numeri suggeriscono che il problema non sia più se accogliere lavoratori stranieri, ma come gestire in modo efficace, sostenibile e sicuro un fenomeno che appare ormai inevitabile per il futuro economico del continente.


