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Letta e gli immigrati: “Il futuro è una buona integrazione, da gestire politicamente”

Solo tre mesi fa, il premier incaricato parlava della necessità di una riforma della cittadinanza e dell’arcobaleno di colori e provenienze che costituiscono l’Italia reale. Cioè il Paese al “servizio” del quale  vuole mettere il suo governo

Roma – 24 aprile 2013 – Enrico Letta è stato appena incaricato di formare un governo ed è senza dubbio prematuro chiedersi oggi come quel governo si muoverà sull’immigrazione. Non si sa nemmeno se riuscirà a vedere la luce, bisognerà capire chi ne farà parte e, soprattutto, da chi verrà appoggiato.

Lui lo ha chiamato “governo di servizio al Paese”, e certo all’Italia servirebbero subito una nuova legge sulla cittadinanza, flussi d’ingresso efficaci, prosciugamento del sommerso, politiche vere di integrazione, accoglienza per i rifugiati… Considerate però le distanze siderali tra le ricette proposte fino a oggi dalle forze che dovrebbero partecipare al nuovo esecutivo, non sarà certo semplice trovare una sintesi.

Detto ciò, di sicuro Enrico Letta non è indifferenti a questi temi, come ha testimoniato anche pochi mesi fa, presentando i candidati di origine straniera del Pd alle elezioni politiche. Era il 18 gennaio e l’attuale premier incaricato parlò della necessità di una “rivoluzione legata all’integrazione”. “Il futuro .- disse – è quello di una buona integrazione, che noi abbiamo intenzione di gestire in termini politici”. E per questo sarebbe servita subito la riforma della cittadinanza, “una legge che noi riteniamo fondamentale”.

Letta spiegò così la scelta del Pd che avrebbe poi portato alla Camera Khalid Chaouki e Cecile Kyenge: “Non è possibile guardare un’aula del nostro Parlamento e vedere tutti uguali, tutti con gli stessi colori, tutti con la stessa provenienza e poi andare in qualunque luogo fisico dove si vive in Italia e vedere che c’è un arcobaleno positivo di colori e che le provenienze sono diverse, che viviamo e conviviamo nella stessa terra”.Di qui la necessità di “legare sempre più l’Italia delle istituzioni all’Italia reale”.

Succedeva solo tre mesi fa, ma politcamente è passato un secolo. Letta allora parlava come vicesegretario di un partito che si sentiva lanciato verso la vittoria, invece non ha vinto nessuno e ora è chiamato a guidare un “governo di servizio al Paese”. Sa però bene che il Paese reale ha anche il volto dei nuovi italiani.

Elvio Pasca
 

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