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Migranti senza nome, il comitato 3 ottobre: “Serve una banca dati dna europea”

Roma, 27 gennaio 2026 – Restituire un nome ai morti non è un atto simbolico, ma un principio di diritto. A ribadirlo è il Comitato 3 ottobre, che torna a chiedere la creazione di una banca dati europea del Dna per l’identificazione delle vittime delle rotte migratorie. Una proposta che punta a colmare quello che viene definito un vero e proprio “vuoto di sistema”, responsabile della presenza, ancora oggi, di centinaia di morti senza identità e di famiglie prive di risposte.

«Ogni identificazione dimostra che non siamo di fronte a un problema tecnico, ma all’assenza di procedure armonizzate», ha dichiarato Tareke Bhrane, presidente del Comitato. «Senza un sistema comune continuiamo a produrre morti senza nome e famiglie sospese nell’incertezza. Il diritto all’identità non può fermarsi alle frontiere».

Il Comitato 3 ottobre è nato dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa, una delle tragedie più gravi del Mediterraneo, in cui persero la vita 368 persone, mentre 20 risultarono disperse e 155 furono salvate. A distanza di oltre dieci anni, molte di quelle vittime restano ancora senza un’identificazione ufficiale.

Un passo concreto in questa direzione è stato compiuto a metà dicembre scorso, quando il Comitato, insieme al Labanof dell’Università di Milano, ha proceduto all’esumazione di uno dei corpi del naufragio del 2013 sepolto nel cimitero di Bompensiere, in provincia di Caltanissetta. L’operazione, finalizzata all’identificazione, ha dimostrato come il riconoscimento delle vittime sia possibile quando esistono procedure strutturate, competenze scientifiche e un lavoro diretto con i familiari.

Negli ultimi giorni il progetto è proseguito anche all’estero. In Olanda, i medici del Labanof hanno incontrato i familiari di persone scomparse lungo le rotte migratorie, raccogliendo informazioni ante-mortem, dettagli fisici e campioni genetici tramite tamponi salivari. Ai parenti è stato inoltre mostrato un album fotografico delle vittime rimaste riconoscibili, nel tentativo di facilitare l’identificazione.

«La restituzione dell’identità è un processo complesso», ha spiegato Bhrane. «Combina la raccolta delle informazioni, il lavoro con le famiglie, le analisi scientifiche e verifiche incrociate. Sapere chi è sepolto e dove è una condizione minima per permettere alle famiglie di uscire dall’incertezza e di esercitare il diritto al lutto».

Il Comitato 3 ottobre ha annunciato nuove missioni in Europa e in Africa, sempre in collaborazione con il Labanof, per incontrare altri familiari ancora alla ricerca dei propri cari. L’obiettivo resta quello di spingere l’Italia e l’Unione europea ad assumersi la responsabilità di costruire un sistema comune di identificazione. Perché, come ribadisce il Comitato, restituire un nome ai morti significa riaffermare la dignità umana, non compiere un semplice gesto di pietà.

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