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Quasi 680 mila imprese di migranti: un’Italia che cambia volto

Roma, 24 settembre 2025 – In Italia ci sono oggi quasi 680 mila imprese di migranti, un universo in crescita che continua a trasformare il tessuto economico e sociale del Paese. Secondo il nuovo report di Infocamere, al 30 giugno 2025 le imprese straniere iscritte al Registro Imprese ammontano a 678.004, con una prevalenza di nazionalità extra UE (79%). Un dato che conferma un trend positivo ormai consolidato: negli ultimi cinque anni la crescita ha toccato il +6%, mentre le imprese autoctone hanno registrato un calo di quasi il 5%.

Dietro questi numeri c’è un’Italia che lavora, rischia e investe. Nel solo primo semestre 2025 le iscrizioni hanno raggiunto quota 36.895, a fronte di 20.754 cessazioni, producendo un saldo positivo di oltre 16 mila unità. A fare da traino a questo sviluppo sono soprattutto le società di capitale, cresciute dell’11,4% e arrivate a superare le 147 mila, mentre le imprese individuali, pur in leggera flessione, rappresentano ancora il cuore dell’imprenditoria straniera (72% del totale).

La forza di questo fenomeno si concentra nei settori che più muovono l’economia reale: costruzioni (+3,2%), agricoltura (+3,7%), commercio (275 mila imprese, in lieve recupero) e industria manifatturiera (+1,1%). Settori concreti, legati al lavoro manuale e alla produzione, che spesso coincidono con i comparti in cui gli italiani tendono a investire meno.

Anche la geografia economica è eloquente: la Lombardia e in generale il Nord Ovest guidano la crescita con un +3,6%, mentre il Nord Est si attesta al +2,8%. Restano invece indietro il Mezzogiorno (-0,5%) e il Centro (+0,3%), a conferma di una dinamica che riproduce le fratture territoriali del Paese. Prato rimane la capitale assoluta dell’imprenditoria straniera, con un’incidenza del 32,7%, seguita da Trieste e dalla sorprendente Imperia, che supera Firenze.

Sul piano delle provenienze, l’imprenditoria migrante riflette le rotte della mobilità internazionale: Marocco, Romania e Cina rappresentano da soli il 34% dei titolari d’impresa, seguiti da Albania, Bangladesh e Pakistan (19%) e da Egitto, Nigeria e Senegal (11%). Una mappa che racconta di comunità che hanno saputo radicarsi e trovare nel lavoro autonomo una via di emancipazione. I marocchini spiccano nel commercio e nel settore dei trasporti, i romeni dominano le costruzioni, mentre i cinesi restano fortemente presenti nel manifatturiero e nei servizi ricreativi.

Questo quadro, però, non è solo statistica. È il ritratto di un’Italia che cambia pelle e che deve interrogarsi su cosa significa avere quasi 700 mila imprese di migranti: non un dettaglio, ma una delle colonne portanti della nostra economia. Mentre il numero delle imprese italiane arretra, quelle fondate da cittadini stranieri avanzano e tengono viva la competizione in settori vitali.

Il messaggio è chiaro: l’imprenditoria migrante non è un fenomeno marginale, ma una risorsa strutturale. Ignorarlo significherebbe non capire il futuro dell’Italia produttiva. Accoglierlo, sostenerlo e valorizzarlo può invece rappresentare la chiave per coniugare integrazione sociale e sviluppo economico.

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