"È tappa finale, ma anche strumento che incoraggia l’integrazione". Ricevuti al Quirinale 50 nuovi cittadini
ROMA – Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano auspica una "larga convergenza" sulla riforma della cittadinanza, che considera una tappa finale ma anche uno strumento di integrazione.
Oggi al Quirinale sono stati ricevuti cinquanta nuovi cittadini accompagnati dalle loro famiglie, in rappresentanza dei 3500 per quali dall’inizio del suo mandato Napolitano ha firmato il decreto di attribuzione della cittadinanza. "È l’atto conclusivo di un percorso burocratico spesso lungo e difficile – ha detto il Presidente – Mi ha scritto un cittadino francese che, dopo aver fatto domanda per acquisire la cittadinanza italiana, ha dovuto attendere 6 anni per avere una risposta positiva".
Napolitano ha quindi fatto riferimento alla riforma in discussione alla Camera. "Non posso non auspicare una larga convergenza su una legge che, seppure nel nostro sistema giuridico non ha statuto costituzionale nella forma, presenta però un rilievo costituzionale nella sostanza, proprio perché decide chi merita di essere ammesso a pieno titolo nella nostra comunità, con tutti i diritti e i doveri che ne conseguono" ha detto.
"Data la rilevanza di questo provvedimento, – ha proseguito – è normale che si discuta su quale debba esserne il fondamento: se l’acquisizione della cittadinanza vada considerata come la tappa finale di un processo di integrazione oppure come uno strumento che incoraggia l’integrazione. Mi limito a osservare che la cittadinanza è entrambe le cose".
"Chi chiede di diventare cittadino – ha spiegato il presidente della Repubblica – normalmente lo fa perché ha deciso di restare, di far restare i propri figli, di fare parte della popolazione, di non rimanere mera componente individuale di una forza lavoro fluttuante e mobile. In tutti i sistemi giuridici la cittadinanza si collega a importanti segnali di integrazione: ad esempio il rispetto delle leggi, un certo tempo di residenza regolare, una conoscenza di base della lingua. D’altra parte, uno Stato che non sbarra le porte della cittadinanza a quegli stranieri che vivono operosamente sul suo territorio mostra una disponibilità ad integrare, una sorta di benevolenza istituzionale che può risultare utile nei processi di integrazione".
(12 febbraio 2007)


