Roma, 19 febbraio 2026 – Il Tribunale di Palermo ha stabilito che lo Stato italiano dovrà risarcire con oltre 76mila euro l’organizzazione non governativa Sea-Watch per il fermo della nave Sea Watch 3, avvenuto nell’estate del 2019. La decisione riguarda le spese patrimoniali sostenute dall’ong tra ottobre e dicembre di quell’anno, in seguito al trattenimento dell’imbarcazione.
Al centro della vicenda c’è l’episodio del 29 giugno 2019, quando la comandante Carola Rackete forzò il blocco imposto al porto di Lampedusa per consentire lo sbarco di 42 migranti soccorsi in mare. La nave fu successivamente sottoposta a fermo amministrativo dal 12 luglio al 19 dicembre 2019.
Secondo quanto ricostruito, Sea-Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento il 21 settembre 2019. Non essendo arrivata alcuna risposta formale, si sarebbe configurato il cosiddetto “silenzio-accoglimento”, che in base alla normativa vigente avrebbe comportato la cessazione automatica del sequestro. Nonostante ciò, l’imbarcazione rimase bloccata fino al 19 dicembre, quando il Tribunale di Palermo ne ordinò la restituzione a seguito di un ricorso d’urgenza.
Il risarcimento riconosciuto comprende spese portuali, costi di agenzia, carburante necessario a mantenere la nave operativa e spese legali documentate.
Dura la reazione della portavoce dell’ong, Giorgia Linardi, secondo cui la decisione del tribunale confermerebbe che quanto avvenuto nel 2019 non rappresentò un atto di arroganza, ma una forma di tutela del diritto internazionale. Linardi ha inoltre criticato l’atteggiamento del governo verso le organizzazioni impegnate nel soccorso in mare, accusandolo di individuare nelle ong un “nemico” anziché concentrarsi sulla prevenzione delle tragedie nel Mediterraneo.
La sentenza riapre così il dibattito politico e giuridico sul ruolo delle ong nei salvataggi in mare, sui limiti dei provvedimenti amministrativi di fermo e sull’equilibrio tra sicurezza delle frontiere e rispetto del diritto internazionale.