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Sfratti, la corsia veloce divide: rilascio in 15 giorni e nodo impatto sociale

Roma, 2 maggio 2026 – Il governo accelera sugli sfratti e apre un nuovo fronte nel dibattito sulla casa. Il 30 aprile il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a un disegno di legge d’urgenza che punta a semplificare e velocizzare le procedure di sgombero degli immobili, sia privati sia pubblici. Una misura che nasce con l’obiettivo dichiarato di rimettere sul mercato migliaia di abitazioni, ma che solleva interrogativi pesanti sul piano sociale.

Il cuore della riforma è una corsia preferenziale per il rilascio degli immobili. Se il testo verrà approvato in Parlamento, il giudice potrà disporre il rilascio entro 15 giorni dalla presentazione del ricorso. A questo si aggiunge una penalità economica: per ogni giorno di ritardo nel lasciare l’abitazione, l’occupante dovrà pagare una somma pari all’1% del canone mensile.

Le modifiche riguardano anche le notifiche e le modalità di esecuzione, con l’obiettivo di ridurre i tempi burocratici che oggi rallentano le procedure. La norma si applicherà sia agli sfratti per morosità sia ai casi di fine contratto o occupazioni abusive, comprese quelle che interessano circa 22.700 alloggi pubblici occupati illegalmente, pari al 2,8% del totale.

Numeri che raccontano un’emergenza
I dati confermano la dimensione del fenomeno. Nel 2024 sono stati emessi oltre 40 mila provvedimenti di sfratto, con più di 81 mila richieste di esecuzione e circa 21 mila interventi effettuati con il supporto della forza pubblica. Nella stragrande maggioranza dei casi, tra il 75% e l’80%, alla base c’è la morosità degli inquilini.

Il contesto è quello di un mercato degli affitti sempre più sotto pressione. Nel 2025 i canoni sono cresciuti mediamente del 7-8%, con aumenti ancora più marcati nelle grandi città. Milano, Roma e Napoli restano i principali epicentri del fenomeno, mentre la Lombardia guida la classifica per numero di procedure avviate.

Le ragioni del sì: più offerta e fiducia
Le associazioni dei proprietari accolgono con favore l’intervento. Secondo questa lettura, rendere più rapide e certe le procedure di sfratto potrebbe riportare fiducia nel mercato, spingendo molti proprietari a rimettere in affitto immobili oggi lasciati vuoti proprio per il timore di non riuscire a rientrarne in possesso in tempi ragionevoli.

Anche gli operatori immobiliari sottolineano come l’attuale lentezza delle procedure rappresenti un freno strutturale all’offerta. Una maggiore disponibilità di case, nel medio periodo, potrebbe contribuire a stabilizzare o persino ridurre i canoni.

Le critiche: il rischio di una frattura sociale
Sul fronte opposto, opposizioni e associazioni per il diritto all’abitare mettono in guardia da un possibile effetto boomerang. Accelerare gli sfratti, sostengono, senza intervenire sulle cause economiche della morosità rischia di aggravare una situazione già fragile.

Il punto centrale è che la morosità è spesso “incolpevole”, legata alla perdita del lavoro o all’aumento del costo della vita. In questo scenario, una stretta sugli sfratti potrebbe colpire soprattutto le famiglie più vulnerabili. Il dato sulla povertà è indicativo: oggi riguarda circa 2,2 milioni di nuclei familiari, con un’incidenza cresciuta dall’inizio degli anni Duemila.

Il provvedimento si inserisce dunque in un equilibrio delicato tra esigenze di mercato e tutela sociale. Se da un lato punta a sbloccare l’offerta immobiliare, dall’altro non affronta direttamente il nodo strutturale dell’emergenza abitativa: il divario tra redditi e costo degli affitti.

Il passaggio parlamentare sarà decisivo per capire se e come la norma verrà modificata. Ma il confronto è già aperto: da una parte la necessità di rendere più efficiente il sistema, dall’altra il rischio di lasciare indietro chi già fatica a sostenere il peso della casa.

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