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Tumori tra i migranti, lo studio del Pascale: più colpiti giovani e donne

Roma, 27 maggio 2026 – I pazienti oncologici migranti sono mediamente più giovani degli italiani, sono in maggioranza donne e risultano più esposti ad alcune forme tumorali legate alla mancata prevenzione. È il quadro che emerge dal primo studio italiano dedicato al tema, realizzato dall’Istituto Pascale di Napoli sui dati della Rete oncologica campana nell’ambito del progetto Oncocamp. La ricerca ha analizzato 78.119 pazienti adulti con diagnosi di tumore registrati tra il 2022 e l’inizio del 2025.

Il dato più significativo riguarda l’età: i pazienti migranti hanno un’età media di 58 anni, contro i 67 anni della popolazione italiana. Le donne rappresentano oltre il 74% dei casi, con una prevalenza di pazienti provenienti dall’Europa dell’Est, seguiti da America, Africa e Asia.

Dietro questi numeri c’è una questione sanitaria e sociale molto chiara: l’accesso alla prevenzione non è uguale per tutti. Ostacoli linguistici, difficoltà culturali, minore conoscenza dei servizi, condizioni di fragilità sociale e percorsi sanitari discontinui possono ridurre la partecipazione agli screening e ritardare le diagnosi.

Lo studio, pubblicato su BMC Public Health, evidenzia differenze importanti nella distribuzione dei tumori. Tra le donne migranti si registra una maggiore incidenza di tumori ginecologici, in particolare del tumore della cervice uterina, con un rischio quasi tre volte superiore rispetto alle italiane. Sono più frequenti anche i tumori dell’ovaio e dell’endometrio. Negli uomini stranieri, invece, risultano più diffusi il tumore dello stomaco e il carcinoma epatocellulare.

Secondo Elisabetta Coppola, ricercatrice sanitaria del Pascale e prima firma dello studio, la maggiore diffusione dei tumori ginecologici è collegata alla scarsa adesione agli screening e alla vaccinazione contro il Papillomavirus, mentre per i tumori del fegato e dello stomaco pesano infezioni come epatiti virali ed Helicobacter pylori, spesso non diagnosticate o non trattate nei Paesi d’origine.

La ricerca indica quindi una direzione precisa: rafforzare la prevenzione oncologica tra le comunità straniere. Non basta che gli screening esistano, bisogna fare in modo che siano realmente accessibili. Servono mediazione linguistica e culturale, campagne mirate, informazione nei luoghi frequentati dalle comunità migranti e una sanità capace di intercettare prima le persone più vulnerabili.

Il tema non riguarda solo la salute dei migranti, ma la qualità complessiva del sistema sanitario. Una prevenzione più inclusiva significa diagnosi più precoci, cure più efficaci e minori disuguaglianze. In altre parole, una sanità più vicina alla realtà sociale del Paese.

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