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Cittadinanza. “Riforma a fine luglio”, l’ennesima promessa della Camera

Il calendario dei lavori dell’Aula prevede discussione e voto tra il 27 e il 30 luglio. In realtà le oltre venti proposte di legge sono ancora in un cassetto

 
Roma – 9 luglio 2015 – In questi lunghissimi anni di attesa per la riforma della cittadinanza, i figli degli immigrati (e quanti altri vorrebbero che fossero italiani anche per legge) hanno imparato una cosa: mai credere alle promesse della politica e ai calendari del Parlamento
 
Solo gli ingenui gioiranno infatti a vedere la tanto attesa riforma inserita nel programma dei lavori della Camera dei Deputati. Secondo quanto deciso dalla conferenza dei capigruppo, la “proposta di legge n. 9 e abbinate – Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91 , recante nuove norme sulla cittadinanza” dovrebbe arrivare in Aula lunedì 27 luglio ed essere discussa per tutta la settimana fino ad essere votata venerdì 30 luglio. 
 
Stavolta ci cascheranno davvero in pochi. Tutti gli altri saranno memori della stessa promessa fatta dal calendario di giugno, poi disattesa. Viene rimandata così, di mese in mese, la discussione di una riforma che potrebbe davvero cambiare la vita a un milione di bambini, bambine, ragazzi e ragazze, italiani di fatto ma stranieri per legge,  ancora costretti a rinnovare il permesso di soggiorno come se fossero immigrati. 
 
Ovviamente si spera in un colpo di scena, ma è quasi sicuro che anche stavolta, a fine luglio, arriverà l’ennesimo rinvio. Come potrebbe del resto l’Aula discutere la riforma, se dalle oltre venti proposte di legge in materia ancora non è uscito un testo unificato sul quale confrontarsi? Dovrebbe partorirlo la Commissione Affari Costituzionali, che però non se ne occupa addirittura dallo scorso settembre.
 
L’impressione è che la riforma della cittadinanza, quella che il PD aveva messo al primo posto del suo programma prima delle elezioni, sia finita in un cassetto, nonostante le promesse del premier Matteo Renzi. 
 
È un tema troppo sensibile, spiega qualcuno, perché possa essere tirato fuori nel pieno dell’”emergenza sbarchi”. Come se davvero un  siriano disperato che fugge dalle bombe in Siria, o un egiziano che insieme a quello sale su un barcone per venire a cercare un lavoro in Europa, avessero qualcosa in comune con un giovane nato o cresciuto qui che di diverso dai suoi coetanei italiani ha solo quello che c’è scritto sul passaporto. 
 
Stranieriinitalia.it
 

 

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