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“Contro i raccolti degli schiavi, certificazione etica di impresa”

Deleonardis (Flai Cgil Puglia): “È uno strumenti importante per combattere lo sfruttamento nei campi. In Puglia abbiamo avviato un percorso, ma serve una legge nazionale”

Roma – 22 novembre 2013 – “Un mercato del lavoro senza regole, dove sono assenti tutele contrattuali, dove imperversano il cottimo, il sotto-salario, orari di lavoro mediamente di 9/10 ore giornaliere, assenza di norme sulla sicurezza oltre che vere e proprie forme di riduzioni in schiavitù e bestiali forme di sfruttamento”.

Giuseppe Deleonardis, segretario generale della Flai Cgil pugliese, descrive così in un recente report su “Agricoltura: migranti e lavoro in Puglia” la situazione dei 40 mila lavoratori stranieri irregolari, soprattutto africani e comunitari, che partecipano ogni anno alla raccolta di pomodori, angurie e altri prodotti dei campi della regione. E che quando non lavorano dormono in alloggi di fortuna, riuniti in ghetti, in condizioni disumane.

La denuncia non è nuova e trova riscontro anche nel processo “Sabr” che in questi mesi a Lecce vede datori di lavoro  e caporali imputati di reati come associazione per delinquere, riduzione in schiavitù, tratta, intermediazione illecita, estorsione e falso. Nuovi, però, devono essere gli strumenti per combattere gli sfruttatori, come le norme contro il caporalato in vigore da pochi anni o come quella “certificazione etica d’impresa” che potrebbe togliere dagli scaffali di nostri supermercati i raccolti degli schiavi.

Si potrebbe partire dai passi che, in Puglia, sono stati già fatti, come la legge regionale 28/2006 contro il lavoro irregolare e i suoi provvedimenti attuativi . Tra le altre cose, regolano anche  l’accesso ai fondi pubblici, vitali per le aziende agricole, riducendoli fino a zero per quelle che non sono in regola con la contrattazione nazionale e territoriale, che non versano regolarmente i contributi o che non rispettano gli “indici di congruità”.

Questi indici sembrano l’arma principale contro gli sfruttatori. Mettono infatti in relazione la produzione di un campo con le ore di lavoro necessarie a raccoglierla. Se c’è uno scostamento non giustificato, c’è puzza di lavoro nero. Ottima la teoria, ma il passaggio alla pratica non sembra così scontato.

“Abbiamo chiesto alla Regione di utilizzare tutti questi strumenti per istituire una “certificazione etica d’impresa”, ma ancora non sono stati fatte scelte concrete. Anzi, ora si sta creando un marchio di qualità ‘Prodotti di Puglia’ del quale potrebbero paradossalmente fregiarsi anche aziende sotto processo per riduzione in schiavitù” spiega a Stranieriinitalia.it Deleonardis.

La battaglia che i sindacati stanno portando avanti trova resistenze da parte delle organizzazioni agricole, che hanno chiesto a Tar di bloccare le linee guida sugli indici di congruità, e non è ancora riuscita a smuovere la grande distribuzione, ultimo anello della catena dello sfruttamento. Finchè infatti finiranno negli supermercati, e di lì sulle tavole degli italiani, i raccolti degli schiavi continueranno ad arricchire gli sfruttatori.

Un mese fa un’inchiesta della tv francese  France2 ha ricostruito il percorso di quei prodotti dai campi pugliesi alla grande distribuzione. Coop Italia ha subito preso le distanze, spiegando in una nota che le aziende agricole che forniscono prodotti col suo marchio “firmano un documento di responsabilità dove accettano di rispettare i diritti del lavoro, rendere evidenti le assunzioni, i trattamenti salariali e la gestione dell’orario di lavoro”.

“Il problema –commenta Deleonardis – è che anche quando, come nel caso di Coop, si fa firmare ai fornitori un documento di eticità, si tratta comunque di un’autocertificazione. Quanto può essere affidabile? Perché il consumatore dovrebbe fidarsi?”

L’alternativa? “Norme precise e l’istituzione di una certificazione etica d’impresa valida in tutta Italia che si basi su presupposti certi, con strumenti di verifica ben definiti. Il percorso avviato in Puglia con la legge 28/2006 è importante, e può essere d’esempio anche in altre Regioni, ma si dovrebbe arrivare a una legge nazionale” sottolinea il sindacalista.

Questa certificazione dovrebbe essere indispensabile per ottenere finanziamenti pubblici e sgravi, che per i datori di lavoro in agricoltura sono tantissimi. E diventerebbe un viatico per accedere agli scaffali della grande distribuzione, sostituendo le tante etichette di eticità che oggi si basano su una semplice dichiarazione del produttore.

“Un’operazione di onestà– conclude Deleonardis – anche nei confronti dei consumatori. Che spero prendano sempre più coscienza del problema”.

 Elvio Pasca
 

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