Roma, 28 aprile 2026 – C’è un numero, semplice, quasi disarmante nella sua chiarezza: 134.549. Sono le persone straniere accolte nel sistema italiano alla fine del 2024. Tradotto: lo 0,23% della popolazione. Meno di tre persone ogni mille abitanti.
Eppure, nel racconto pubblico, l’emergenza resta. Anzi, sembra permanente.
È da questo scarto tra realtà e percezione che parte il nuovo report di ActionAid, “La Frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026”, realizzato insieme a Openpolis. Un lavoro costruito pazientemente, attraverso oltre settanta richieste di accesso agli atti, che prova a entrare dentro il sistema di accoglienza italiano per raccontarlo da vicino, oltre gli slogan.
Quello che emerge non è un sistema sotto pressione per numeri eccezionali. È qualcosa di più sottile, e forse più problematico: un sistema che, anno dopo anno, continua a funzionare come se fosse in emergenza. Anche quando l’emergenza non c’è.
Nei centri di accoglienza straordinaria – i Cas – vive oggi la grande maggioranza delle persone accolte: oltre 96 mila, pari a quasi il 72% del totale. Sono strutture nate per rispondere a situazioni temporanee, ma diventate nel tempo l’asse portante del sistema. Dall’altra parte, il Sai, il modello costruito dagli enti locali e pensato per l’integrazione, resta più marginale, fermo sotto il 25%.
È una trasformazione silenziosa, ma decisiva. Perché cambia il modo in cui l’accoglienza viene pensata: non più come un percorso, ma come una gestione.
Nel frattempo, crescono le grandi strutture, aumenta il sovraffollamento, si riducono i servizi. I percorsi di integrazione si assottigliano, mentre si rafforza la presenza di soggetti privati orientati al profitto. E i controlli? Sempre più rari, più difficili da ricostruire.
Secondo Fabrizio Coresi, esperto migrazioni di ActionAid, non è un effetto collaterale, ma una direzione precisa: negli ultimi anni, anche sotto il governo di Giorgia Meloni, l’accoglienza si è trasformata in uno strumento di filtro e contenimento.
I numeri raccontano bene questo cambiamento. Tra il 2021 e il 2024, i posti nella prima accoglienza sono aumentati dell’83,7%, passando da 3.460 a 6.357. Gli hotspot – i luoghi simbolo del primo impatto – sono più che triplicati, da 3 a 11.
Ma dietro le cifre, ci sono le persone. E tra queste, le più esposte restano spesso invisibili: i minori stranieri non accompagnati, per i quali il report segnala carenze evidenti nella protezione. È qui che il sistema mostra le sue fragilità più profonde.
C’è poi un altro elemento, meno evidente ma altrettanto centrale: l’opacità. Sempre meno dati accessibili, sempre più difficoltà nel monitorare cosa accade davvero dentro le strutture. Come se l’emergenza servisse anche a questo: a rendere tutto meno leggibile.
Alla fine, la domanda resta sospesa. Se le persone accolte sono poco più dello 0,23% della popolazione, perché il sistema continua a comportarsi come se fosse sotto assedio?
Forse la risposta non sta nei numeri. Ma nel modo in cui quei numeri vengono usati.


