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Canale di Sicilia, nuove emergenze in mare: 96 migranti tra soccorsi e imbarcazioni alla deriva

Roma, 4 giugno 2026 – Nuove emergenze nel Mediterraneo centrale, lungo una delle rotte migratorie più pericolose al mondo. Nelle acque della zona di ricerca e soccorso maltese, una barca con 49 persone a bordo è rimasta alla deriva dopo avere esaurito il carburante. A lanciare l’allarme è stata Alarm Phone, contattata direttamente dai migranti partiti dalla Libia.

Secondo quanto riferito dall’organizzazione, l’imbarcazione si trovava in difficoltà da diverse ore e le autorità competenti erano state informate della necessità di un intervento urgente. L’episodio si inserisce in un quadro di forte pressione nel Canale di Sicilia, dove continuano le traversate su mezzi precari e spesso inadatti ad affrontare il mare aperto.

Nella stessa area, il giorno precedente, l’equipaggio della nave umanitaria Humanity 1 aveva soccorso 47 persone che viaggiavano a bordo di un gommone in condizioni critiche. Secondo i soccorritori, uno dei tubolari era già in fase di sgonfiamento e l’imbarcazione rischiava di affondare. Tra le persone salvate c’erano anche 15 tra neonati, bambini e adolescenti.

Sos Humanity ha denunciato ancora una volta la pericolosità della rotta del Mediterraneo centrale, sottolineando come molte persone continuino a fuggire da contesti di violenza, instabilità e privazione dei diritti fondamentali. I soccorsi, spiegano le organizzazioni umanitarie, avvengono spesso in condizioni di estrema urgenza, quando le imbarcazioni sono già compromesse e il rischio di naufragio è concreto.

Sul fronte delle operazioni in mare, Sea-Watch ha annunciato l’entrata in servizio di Aurora 2, una nuova imbarcazione veloce destinata alle attività di ricerca e soccorso. Secondo l’ong tedesca, il mezzo permetterà di garantire maggiore continuità alle missioni anche in caso di fermi amministrativi di altre unità della flotta.

Proprio il tema dei fermi delle navi umanitarie resta al centro dello scontro tra organizzazioni non governative e autorità italiane. La Justice Fleet, rete che riunisce tredici organizzazioni di soccorso marittimo, sostiene che dall’entrata in vigore della cosiddetta legge Piantedosi, nel gennaio 2023, siano stati disposti provvedimenti di fermo nei confronti di 41 navi civili, per un totale di 1.075 giorni. Solo nel 2026, riferisce la stessa alleanza, cinque imbarcazioni sarebbero già state trattenute nei porti italiani.

Secondo i dati richiamati dalla Justice Fleet e dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, oltre 825 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale nei primi mesi del 2026. Un numero che conferma la gravità della situazione e la centralità del tema dei soccorsi in mare nel dibattito europeo sulle politiche migratorie.

Le ong contestano inoltre il ruolo attribuito alle autorità libiche nelle operazioni di coordinamento, sostenendo che la cosiddetta Guardia costiera libica e il centro di coordinamento di Tripoli non possano essere considerati interlocutori sicuri per le operazioni di soccorso. Secondo le organizzazioni umanitarie, seguire le loro indicazioni può esporre i migranti al rischio di essere riportati in un Paese dove, da anni, vengono denunciate violenze, detenzioni arbitrarie e gravi violazioni dei diritti umani.

Il nuovo caso nel Canale di Sicilia riporta dunque al centro dell’attenzione una crisi che non si esaurisce con i singoli interventi di salvataggio. Da una parte ci sono le partenze dalla Libia e la fragilità delle imbarcazioni utilizzate dai trafficanti; dall’altra, il confronto politico e giudiziario sul ruolo delle navi civili, sui fermi amministrativi e sulla responsabilità degli Stati europei nel garantire soccorsi tempestivi.

Nel frattempo, il Mediterraneo centrale continua a essere teatro di emergenze quotidiane, dove ogni ritardo può trasformare una traversata già rischiosa in una tragedia.

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