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Sako Bakari, l’amarezza del parroco di Taranto: “Neanche un fiore per ricordarlo”

Roma, 14 maggio 2026 – A Taranto la morte di Sako Bakari continua a interrogare la città. Il 35enne bracciante originario del Mali è stato ucciso all’alba di sabato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia, da un gruppo di giovani, quasi tutti minorenni. Una tragedia che ha scosso profondamente don Emanuele Ferro, parroco della Cattedrale San Cataldo e delle chiese della città vecchia, non solo per la violenza dell’omicidio, ma anche per quella che definisce una mancata indignazione collettiva.

Il sacerdote, da undici anni impegnato nel centro storico tarantino, ha espresso tutto il suo sconcerto per il silenzio seguito alla morte dell’uomo. Secondo don Ferro, quando una persona perde la vita in un luogo pubblico, quello spazio dovrebbe trasformarsi spontaneamente in un luogo di memoria, come accade per le vittime di incidenti o tragedie. Per questo, durante il rosario di martedì sera, ha invitato la comunità a portare almeno un fiore in piazza Fontana, nel punto in cui Bakari è stato ucciso.

Le parole del parroco sono dure e chiamano in causa la coscienza della città. Don Ferro si dice colpito non soltanto dalla brutalità del gesto, ma anche dall’assenza di una reazione pubblica forte. “È come se avessero ammazzato Sako due volte”, ha dichiarato, riferendosi alla morte fisica e poi a quella simbolica, legata all’indifferenza e alla mancata partecipazione emotiva della comunità.

Il sacerdote respinge però l’idea che Taranto vecchia sia un luogo privo di accoglienza. Al contrario, ricorda come nel quartiere convivano italiani e stranieri, famiglie fragili e persone in difficoltà, con la Caritas impegnata quotidianamente anche nel sostegno ai migranti. Per don Ferro, la parola “tolleranza” non basta: ciò che serve è una comunità capace di riconoscere pienamente la dignità di ogni persona.

La vicenda, secondo il parroco, mette in luce anche un problema educativo e sociale più profondo. I ragazzi coinvolti, ha spiegato, vivevano situazioni già note ai servizi sociali. Alcuni frequentavano la scuola, altri l’avevano abbandonata o erano stati sollecitati a tornarci. Per don Ferro non basta parlare di emergenza sicurezza: occorre investire nella prevenzione, nella scuola, nelle famiglie e nelle strutture educative del territorio.

Il suo appello è rivolto alle istituzioni e alla cittadinanza: servono più risorse umane, più professionalità e più sostegno per gli oratori, le realtà educative e i presidi sociali. Ma serve anche maggiore attenzione alla sicurezza, perché, osserva il parroco, oggi non esiste più una distinzione netta tra centro e periferia. La violenza può esplodere ovunque, anche in una città vecchia diventata meta turistica e luogo di vita quotidiana per tante persone fragili.

La morte di Sako Bakari resta così una ferita aperta per Taranto. Non soltanto per la brutalità dell’omicidio, ma per la domanda che lascia dietro di sé: quanto vale, agli occhi di una comunità, la vita di un uomo straniero, povero, solo? Per don Emanuele Ferro, la risposta dovrebbe cominciare da un gesto semplice: un fiore, un segno di memoria, un atto pubblico di umanità.

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