Una nuova tragedia del mare si è consumata al largo di Lampedusa, dove una barca carica di migranti è naufragata a circa 12,9 miglia a sud-ovest dell’isola. A bordo dell’imbarcazione, partita due giorni fa dalle coste della Libia settentrionale, vi erano 97 persone in cerca di salvezza.
L’allarme è scattato alle 11:15, quando un elicottero del nucleo aeronavale della Guardia di Finanza, impegnato in attività di pattugliamento, ha avvistato il barchino in metallo già in difficoltà. Immediatamente sono intervenute una motovedetta della Guardia Costiera, una della Guardia di Finanza e un’unità di Frontex, dando avvio a un’operazione di soccorso complessa e drammatica.
All’arrivo sul posto, i militari hanno trovato l’imbarcazione rovesciata, con decine di persone in acqua. Il primo bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 20 morti, tra cui una neonata, e circa 61 sopravvissuti tratti in salvo dalle unità italiane. Restano 17 dispersi, mentre alcuni superstiti hanno riferito che in realtà le barche affondate sarebbero state due.
Secondo le prime ricostruzioni, il natante si sarebbe capovolto dopo aver imbarcato acqua per ore. Le condizioni meteo-marine avverse e la precarietà dell’imbarcazione hanno trasformato la traversata in un incubo. Ulteriori tre motovedette – due della Guardia di Finanza e una della Guardia Costiera – hanno effettuato viaggi continui tra il luogo del naufragio e l’isola, per trasportare a terra i naufraghi bisognosi di cure urgenti.
I 61 sopravvissuti sono stati trasferiti nell’hotspot di contrada Imbriacola, dove sono stati accolti da medici, psicologi e operatori dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (Euaa), assistiti da mediatori culturali. Le loro condizioni fisiche generali non destano particolare preoccupazione, ma il trauma subito lascia ferite profonde.
Questa ennesima tragedia nel Mediterraneo centrale riporta alla ribalta la drammatica situazione delle rotte migratorie e il pesante bilancio in vite umane che continuano a reclamare.


