Roma, 25 giugno 2026 – Mentre il Bangladesh continua a essere inserito nelle liste dei Paesi di origine sicuri adottate dall’Italia e dall’Unione europea, oltre un milione di rifugiati Rohingya vive nei campi di Cox’s Bazar, in una condizione di emergenza umanitaria permanente. A denunciarlo è ActionAid, che richiama l’attenzione sulla contraddizione tra la definizione formale di “Paese sicuro” e la realtà vissuta da centinaia di migliaia di persone costrette a sopravvivere in campi sovraffollati, senza prospettive concrete di ritorno, reinsediamento o mobilità legale.
I Rohingya sono una minoranza etnica e religiosa musulmana originaria dello Stato di Rakhine, in Myanmar. Negli ultimi anni sono stati costretti a fuggire da persecuzioni, violenze e massacri, trovando rifugio soprattutto in Bangladesh. Secondo i dati citati da ActionAid, più della metà della popolazione presente nei campi è composta da minori.
“Per quanto ancora dovremo vivere nella paura? Nel campo la vita è pericolosa. Io sogno di studiare all’estero”, racconta Dil Mohammad, giovane rifugiato Rohingya che vive nel campo di Cox’s Bazar. Il suo desiderio è quello di raggiungere un altro Paese, anche l’Italia, passando però attraverso rotte rischiose come quella libica. “So che alcuni rifugiati hanno l’opportunità di essere reinsediati in Canada e Australia attraverso l’UNHCR, ma molte famiglie non avranno mai questa possibilità”, aggiunge.
Il nodo centrale, secondo ActionAid, è proprio questo: per la stragrande maggioranza dei Rohingya lasciare legalmente Cox’s Bazar e costruirsi una nuova vita resta quasi impossibile. Anche considerando il rilancio dei programmi di reinsediamento UNHCR dal 2022, le partenze registrate restano limitate: circa 9.800 fino al 2024 e circa 2.150 nel 2025. In rapporto agli 1,2 milioni di rifugiati presenti in Bangladesh, si tratta di una quota intorno all’1%, mentre nel solo 2025 la percentuale scende allo 0,18%.
Una condizione che alimenta precarietà, frustrazione e vulnerabilità. “Per sopravvivere, molte persone sono costrette a intraprendere percorsi estremamente rischiosi. In molti casi finiscono nelle mani delle reti di trafficanti perché vedono in queste rotte l’unica possibilità di costruirsi un futuro”, spiega Abdul Alim, responsabile dei programmi umanitari di ActionAid Bangladesh.
L’organizzazione opera nel Paese da 40 anni ed è presente a Cox’s Bazar fin dalle prime fasi dell’emergenza Rohingya, esplosa nel 2017. Oggi raggiunge oltre 900.000 persone, tra rifugiati e comunità ospitanti, ed è attiva in 26 dei 33 campi presenti nell’area. Le condizioni di vita restano però estremamente fragili: sovraffollamento, accesso limitato al lavoro e ai servizi essenziali, esposizione costante a disastri naturali come cicloni e frane.
I programmi di ActionAid puntano a rafforzare sicurezza, resilienza e autonomia delle comunità rifugiate. Ma, sottolinea ancora Abdul Alim, “nel campo le persone riescono a sopravvivere, ma nessuna famiglia può considerare questa una soluzione permanente”.
Il caso del Bangladesh, secondo ActionAid, mostra dunque tutti i limiti del concetto di Paese sicuro. Il Paese ospita oltre un milione di persone fuggite da persecuzioni e violenze, impossibilitate a tornare nelle proprie case, spesso bruciate o rase al suolo, e prive di reali opportunità di ricostruire altrove la propria vita. A questo si aggiungono povertà diffusa, conseguenze sempre più gravi della crisi climatica e un contesto politico segnato, nell’ultimo anno, da proteste, scontri di piazza e cambiamenti di governo.
Per ActionAid, la situazione dei Rohingya impone una riflessione più ampia sulle politiche migratorie europee. Definire sicuro un Paese non può significare ignorare le condizioni concrete di chi vi vive, né tantomeno cancellare le vulnerabilità di milioni di persone intrappolate in un limbo senza prospettive. Per questo l’organizzazione chiede di rafforzare percorsi di protezione e canali di mobilità realmente accessibili per chi fugge da guerre, dittature, carestie e persecuzioni.
Nei campi di Cox’s Bazar, intanto, il futuro resta sospeso. Per oltre un milione di Rohingya, la vita continua tra tende, baracche, paura e attesa. Una sopravvivenza quotidiana che difficilmente può essere conciliata con l’idea di un Paese davvero sicuro.


