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Migranti legali contro il declino demografico, l’Ue: «Essenziali, ma l’integrazione è decisiva»

Roma, 15 luglio 2026 – La migrazione legale non è soltanto una questione umanitaria o sociale, ma uno degli strumenti necessari per affrontare il progressivo invecchiamento della popolazione europea e la riduzione della forza lavoro. A sostenerlo è la commissaria europea per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, intervenuta a Bruxelles durante la presentazione del terzo rapporto dell’Unione europea sulla demografia.

«La migrazione è una sfida, ma allo stesso tempo è una necessità», ha dichiarato Šuica, sottolineando tuttavia la distinzione tra ingressi regolari e irregolari. Secondo la commissaria, l’Unione europea deve contrastare l’immigrazione illegale, applicare il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e rafforzare il sistema comune dei rimpatri, senza però rinunciare a percorsi legali capaci di rispondere alle esigenze economiche e demografiche del continente.

Il quadro delineato dalla Commissione europea mostra infatti un continente destinato a cambiare profondamente. La popolazione dell’Ue dovrebbe raggiungere un massimo di circa 453,3 milioni di abitanti nel 2029, per poi iniziare una progressiva diminuzione. Entro il 2050 le persone con più di 65 anni potrebbero rappresentare circa il 30% della popolazione, rispetto al 20% attuale. Nel 2024 il tasso medio di fecondità è sceso a 1,34 figli per donna, molto al di sotto della soglia necessaria a mantenere stabile la popolazione in assenza di migrazioni.

Questi cambiamenti avranno conseguenze dirette sul mercato del lavoro, sui sistemi pensionistici, sulla sanità e sui servizi di assistenza. Con una popolazione in età lavorativa sempre più ridotta, numerosi settori rischiano di trovarsi senza personale sufficiente. La Commissione considera quindi la migrazione legale proveniente dai Paesi extraeuropei una risorsa per colmare le carenze di manodopera, sostenere la crescita economica e favorire innovazione e imprenditorialità.

La strategia europea non dovrebbe però limitarsi al semplice reclutamento di lavoratori. Šuica ha spiegato che Bruxelles sta costruendo partnership per la mobilità e lo scambio di talenti con diversi Paesi del Mediterraneo, dal Nord Africa al Medio Oriente e alla regione del Golfo. L’obiettivo è portare in Europa le competenze necessarie, cercando contemporaneamente di evitare che i Paesi di origine vengano privati dei loro professionisti più qualificati.

«Abbiamo bisogno di talenti provenienti da quei Paesi e loro ne hanno bisogno. Non vogliamo creare una fuga di cervelli», ha osservato la commissaria. Gli accordi dovrebbero quindi prevedere formazione, cooperazione economica e percorsi di mobilità vantaggiosi per entrambe le parti, inserendo la gestione dei flussi migratori in un rapporto più ampio tra l’Unione europea e i suoi partner mediterranei.

Nella strategia europea sulla migrazione per i prossimi anni, la mobilità dei lavoratori e dei talenti viene indicata come uno degli strumenti per rafforzare la competitività del continente. Bruxelles punta ad ampliare le cosiddette “Talent Partnerships”, semplificare il riconoscimento delle qualifiche professionali e rendere più rapidi i percorsi di ingresso per le competenze richieste dalle imprese. Allo stesso tempo, la Commissione richiama la necessità di combattere lo sfruttamento e il lavoro irregolare dei cittadini stranieri.

L’arrivo di nuovi lavoratori, tuttavia, non può essere considerato sufficiente. Il punto decisivo, secondo Šuica, resta l’integrazione. Le istituzioni nazionali e locali devono investire nell’apprendimento della lingua, nell’accesso alla casa, nella formazione, nell’inserimento lavorativo e nella partecipazione alla vita sociale.

La commissaria ha ricordato che chi arriva deve rispettare le norme delle comunità nelle quali sceglie di vivere, ma ha anche attribuito alle amministrazioni pubbliche la responsabilità di costruire percorsi di inclusione efficaci. «L’integrazione è una parte molto importante delle politiche migratorie», ha concluso.

Il messaggio proveniente da Bruxelles è quindi duplice: controllo delle frontiere e contrasto agli ingressi irregolari da una parte, apertura di canali legali e programmati dall’altra. Di fronte al calo delle nascite e all’invecchiamento della popolazione, l’Europa non può pensare di affidarsi esclusivamente alle politiche familiari o all’aumento della produttività. Avrà bisogno anche dell’immigrazione, ma di un’immigrazione governata, accompagnata da tutele lavorative e da politiche di integrazione capaci di evitare esclusione, marginalità e conflitti sociali.

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