Roma, 23 luglio 2026 – Il governo interviene nuovamente sulle procedure di frontiera e sul trattenimento dei migranti. Un emendamento presentato al decreto-legge n. 100 del 2026, dedicato alla giustizia e all’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, prevede la possibilità di prolungare fino a quattro mesi la permanenza delle persone sottoposte alla procedura di rimpatrio alla frontiera.
La disciplina indicata nel testo originario stabilisce un limite massimo di quattro settimane. Con la modifica proposta dall’esecutivo, il questore potrebbe chiedere una proroga fino a ulteriori tre mesi quando sussista il pericolo che la persona si sottragga ai controlli oppure ostacoli la preparazione o l’esecuzione del rimpatrio. Il periodo complessivo di trattenimento potrebbe quindi passare da 28 giorni a un massimo di sedici settimane.
La proroga non sarebbe automatica. Il provvedimento dovrebbe essere sottoposto al controllo dell’autorità giudiziaria e motivato sulla base delle circostanze del singolo caso. Secondo quanto previsto dall’emendamento, inoltre, il prolungamento non dovrebbe essere disposto nei confronti di chi si presenta spontaneamente alle autorità e potrebbe essere utilizzato soltanto quando le misure alternative al trattenimento risultino insufficienti.
La modifica si inserisce nel più ampio processo di adeguamento della normativa italiana al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato nella sua fase applicativa nel giugno 2026. Le regole dell’Unione prevedono procedure accelerate direttamente alle frontiere per alcune categorie di richiedenti protezione internazionale, comprese le persone provenienti da Paesi con un basso tasso di riconoscimento delle domande di asilo. Le procedure devono essere completate entro termini particolarmente ridotti e possono comportare l’obbligo di rimanere in un luogo determinato.
L’emendamento interviene anche sulla competenza dei giudici chiamati a convalidare i provvedimenti. Le decisioni sulle procedure di frontiera e sul trattenimento verrebbero affidate alle sezioni specializzate in materia di immigrazione del tribunale territorialmente competente rispetto al centro nel quale si trova la persona. Verrebbe quindi superato il riferimento più generale alle Corti d’appello, con l’obiettivo dichiarato di rendere più uniforme e coordinata l’applicazione delle nuove disposizioni.
Il provvedimento riapre tuttavia il confronto sulla natura del trattenimento amministrativo. Pur non trattandosi di una pena conseguente a una condanna, la permanenza obbligatoria nei centri determina infatti una limitazione della libertà personale. L’estensione dei tempi rende quindi centrale il ruolo del giudice, chiamato a verificare la presenza di un rischio concreto di fuga, la proporzionalità della misura e l’effettiva impossibilità di ricorrere a soluzioni meno restrittive.
Le organizzazioni impegnate nella tutela dei migranti hanno già espresso preoccupazione per l’impatto complessivo delle nuove procedure di frontiera, soprattutto sulle persone vulnerabili, sulle famiglie e sui minorenni. Le associazioni chiedono che il recepimento del Patto europeo sia accompagnato da garanzie effettive, assistenza legale e valutazioni individuali, evitando che il trattenimento diventi la modalità ordinaria di gestione delle richieste di protezione.
La scelta del governo punta invece a impedire che le persone destinatarie di un provvedimento di rimpatrio possano allontanarsi durante lo svolgimento delle procedure. Il passaggio parlamentare dovrà definire l’esatto equilibrio tra l’esigenza di rendere più efficaci i controlli alle frontiere e la necessità di garantire il rispetto della libertà personale, del diritto di difesa e degli obblighi internazionali dell’Italia in materia di asilo e protezione dei diritti fondamentali.


