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Agricoltura italiana, il ruolo chiave dei lavoratori migranti tra crescita e fragilità

Roma, 4 maggio 2026 – Nel cuore del sistema agricolo italiano, il contributo dei lavoratori migranti si conferma sempre più centrale. Secondo un recente briefing pubblicato da OIM Italia in collaborazione con Fondazione Leone Moressa, nel 2024 circa un lavoratore su cinque impiegato nel settore primario non ha cittadinanza italiana. Un dato che evidenzia una dipendenza strutturale ormai consolidata.

Il peso della manodopera straniera non si limita alla quantità, ma si riflette anche in termini economici. Il contributo dei lavoratori migranti alla produzione agricola nazionale è infatti significativo, con un’incidenza stimata pari al 18 per cento del valore aggiunto complessivo del comparto. In altre parole, una quota rilevante della ricchezza generata nei campi italiani passa attraverso il lavoro di persone provenienti dall’estero.

Questo scenario, tuttavia, si inserisce in un contesto tutt’altro che stabile. Il settore agricolo continua a essere caratterizzato da una forte stagionalità e da condizioni socio-economiche fragili, che rendono il lavoro particolarmente esposto a fenomeni di irregolarità. Una vulnerabilità che riguarda soprattutto i lavoratori migranti, più spesso soggetti a condizioni di sfruttamento e a forme di lavoro non regolare.

Il rischio, sottolineato nel report, è duplice. Da un lato si mettono a repentaglio i diritti e la dignità dei lavoratori; dall’altro si crea una distorsione del mercato che penalizza le imprese virtuose, quelle che operano nel rispetto delle normative e dei contratti. In questo senso, l’irregolarità non è solo un problema sociale, ma anche economico, perché incide sulla competitività dell’intero sistema agricolo.

La pubblicazione del Research Brief, diffusa in occasione della Festa del Lavoro e sostenuta dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, riporta al centro del dibattito pubblico un tema cruciale per il futuro del settore primario italiano. Garantire condizioni di lavoro eque e trasparenti, rafforzare i controlli e favorire percorsi di integrazione stabile non è solo una questione di diritti, ma una leva strategica per la sostenibilità e la crescita dell’agricoltura nazionale.

In un contesto globale sempre più complesso, il lavoro migrante si conferma dunque non come elemento accessorio, ma come uno dei pilastri su cui si regge l’intero comparto agricolo italiano. La sfida, ora, è trasformare questa dipendenza in un modello più equo, efficiente e sostenibile.

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